La grande bellezza: una recensione d’autore, by Giuseppe Picchi

È con grande piacere che pubblichiamo questa sera una recensione di un caro amico cinefilo: Giuseppe “Joe” Picchi.

La grande bellezza (2013), di Paolo Sorrentino

«Finisce sempre così: con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo.»

Sorge spontaneo, quando si parla de La grande bellezza, chiedersi perché non se ne sia discusso prima dell’Oscar al miglior film straniero e della seguitissima trasmissione in prima serata dopo la vittoria su Canale 5, eventi che hanno resuscitato i critici addormentati o impegnati a recensire altro. Risposte chiare non ce ne sono. Fatto sta che mentre il resto del mondo lo ha ricoperto di elogi, qui in Italia è stato definito un seguito fallito de La dolce vita, un’opera noiosa e pomposa o un tentativo incapace di catturare lo spirito di Roma. Certo, non è un film semplice e l’estetica la fa da padrone, ma ciò non basta ad etichettarlo in questo modo. Anzi, proprio come per Fellini non è necessario capire ogni singola scena, bensì cogliere l’armonia del tutto. Per quanto riguarda il discorso su Roma, Sorrentino intende semplicemente offrire, come ne Il divo, una sua particolare visione della città eterna e mostrare a cosa sia ridotta, ovvero ad una grigia necropoli che fa da teatro alle azioni di vuoti e bizzarri personaggi. In questa malinconica rappresentazione dell’Italia dell’ultimo millennio (peraltro ben lontana dalla fantasia), lo scrittore Jep Gambardella percepisce il suo distacco dalla vita vera e la quantità di tempo che la mondanità ha sottratto al suo lavoro, ormai fermo da quarant’anni; passeggiando per le strade della capitale e osservando il suo mondo crollare lentamente si ridesterà e deciderà di rimettersi alla ricerca di quella grande bellezza che non era mai riuscito a raggiungere. Può sicuramente risultare lento e a tratti noioso, ma guai a dire che il messaggio di fondo è assente perché è questo il film di Sorrentino più incline a letture personali: ciascuno deve saper cogliere la sua epifania joyciana e ritrovare la sua grande bellezza. È una pellicola che gioca sui contrasti tra notte e alba, tra tutto e niente, tra sonno e risvegli, tra esteriorità e interiorità, tra brani classici e remix dance (la scena della prima festa rimarrà scolpita nella mente di molti). Ottimo gioco di squadra tra attori fuoriclasse che risalta la figura di Toni Servillo, napoletano tra romani, teatrale e malinconico allo stesso tempo: in una parola, convincente e adatto a impersonare, con eleganti capi, il perfetto inetto. E poi che dire, Roma è già di per sé una grande bellezza. Una bellezza che ha salvato il cinema d’autore italiano.

Voto: 9/10

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