MORGANTINA: QUANTE “COSE” RISCHIANO DI PASSARE INOSSERVATE?

È passato ormai un po’ di tempo e, salvo qualche brevissimo accenno, tanto è stato il silenzio – per non parlare della quasi completa ignoranza dimostrata dalle istituzioni responsabili in materia – nei confronti dei fatti di Morgantina, con particolare riguardo per il Museo Archeologico Regionale di Aidone: un vero gioiello nel cuore della Sicilia, inserito in un contesto storico-ambientale fantastico: il sito dista infatti pochi chilometri dalla famosissima Villa Romana del Casale di Piazza Armerina.

Il museo sta custodendo da un certo periodo i reperti più belli e preziosi (il polo museale è attivo dal 1984, ma gli eventi più significativi che lo hanno riguardato si datano a partire dal 2009 con l’arrivo degli acroliti, il 2010 per il tesoro di Eupolemo, mentre nel 2011 giunse finalmente la statua della “dea”), ma ad oggi la vita dei suoi tesori risulta essere piuttosto difficile, in balìa degli eventi.

Le vicende susseguitesi e tutt’ora in corso – che tante fatiche hanno causato per quella parte onesta e sana di archeologi e studiosi impegnati in vere e proprie vicende giudiziarie — sono state e pare saranno ancora numerose. Tutto ciò a partire da quando, nei primi anni Ottanta dello scorso secolo, le insufficienti misure di controlli e di tutela sul territorio hanno dato la possibilità a tombaroli di compiere scavi clandestini, arraffando tesori di inestimabile valore artistico e culturale di cui solamente una parte è stata riconsegnata – dopo lunghe e travagliate odissee – alla propria terra d’origine. Il tesoro di Eupolemo Circa un trentennio fa, tra i vari trafugamenti avvenuti, vi fu quello relativo al gruppo di argenti chiamato “tesoro di Eupolemo”: sedici pezzi di argento decorato a sbalzo con applicazioni in lamina d’oro, verosimilmente ascrivibili alla sfera del sacro (ipotesi desumibile, oltre che dalla tipologia degli oggetti, anche da alcune dediche votive presenti su alcune di essi), databili attorno al III secolo a. C. (età ellenistica). Riguardo all’origine e alla provenienza, si sono fatte strada due ipotesi: secondo lo studioso Pier Giovanni Guzzo si tratterebbe di un prodotto di alta bottega magno-greca, mentre il professor Malcolm Bell III sostiene che a crearli sarebbero state le mani di esperti orefici siracusani.

Il set comprende:

  • due grandi coppe ovoidi utilizzate per mescere il vino, i piedi delle quali conformati a maschere teatrali raffiguranti probabilmente Demetra, Persefone e un satiro o Dionisio (altezza cm.20; diametro cm.26; peso 891 g);
  • tre coppe dal fondo decorato da foglie a sbalzo (diametro 22 cm; peso 407-418 g);
  • una coppetta emisferica con decorazione a reticolo (diametro 22 cm; peso 407-418 g);
  • una tazza bi-ansata tipo skyphosovoide (diametro 13,3 cm; peso 300 g);
  • una brocchetta o piccola olpe a corpo ovoidale (altezza 9,1 cm; diametro 8 cm; peso 178 g); una phiale ombelicata con decorazione a raggiera di dodici raggi (altezza 2,3 cm; diametro 14,8 cm; peso 104 g);
  • una pisside con coperchio ornato a sbalzo dalla figura di una divinità femminile in posa con un bambino in grembo e reggente una cornucopia (diametro cm.10,5; peso 81 g);
  • un’altra pisside con coperchio decorato a sbalzo da una figura di erote con fiaccola (diametro cm.10,5; peso 81 g);
  • un medaglione, probabilmente appartenente ad una delle tre coppe, raffigurante il mostro marino Scilla in atto di scagliare un masso, probabilmente di pietra lavica (altezza cm.5,5 diametro cm.8,3 peso 148 g);
  • un altare cilindrico miniaturistico tipo bomiskos, decorato da bucrani e ghirlande, con fregio dorico di triglifi e metope (altezza cm.11 base cm.10,6; peso 368 g), recante sul fondo la scritta greca Ieratòn tòn Theòn “Sacro agli Dei”;
  • un attingitoio o kyathos (altezza cm 24,7; diam. vasca cm 5.5; peso 119 g);
  • due corni bovini (lunghezza cm.15,5; peso 74 g) utilizzate per riti religiosi.

Già attorno ai primi anni Ottanta ad Aidone correva voce riguardo a un misterioso ritrovamento di un “servizio di argenteria”, costituito anche da strani oggetti simili a corni: particolare, quest’ultimo, che ha permesso poi l’identificazione con il gruppo di reperti trasferiti in America. Gli oggetti furono acquistati da parte del Metropolitan Museum of Arts di New York per un prezzo di 2.742.000 dollari in due lotti separati e in due periodi diversi: il primo nel 1981, il secondo l’anno seguente. Si aggiunse inoltre alla collezione una pisside recante sul coperchio una figura di erote, acquistata nel 1984. Nella stessa estate di quell’anno avvenne la pubblicazione del Metropolitan Museum of Art Bullettin: il bollettino ufficiale del museo in cui compariva il catalogo dei pezzi comprati nell’’81; provenienza: Italia meridionale o Sicilia orientale, con la precisazione che il tutto sarebbe stato rinvenuto oltre un secolo prima. Una volta che la cosa venne ufficializzata, però, nacquero i primi dubbi, e i sospetti circa la provenienza illecita dei preziosi reperti si fecero sempre più vivi dopo che il Guzzo nell’ 86 avanzò l’ipotesi secondo cui l’acquisizione degli argenti sarebbe nata da un atto illegale. Nel 1987 fu poi il Bell “vedendo il tesoro nelle vetrine del Metropolitan” a riconoscere “la corrispondenza dei pezzi con quelli descritti sei anni prima con riferimento a Morgantina, informando di ciò le autorità italiane. Le richieste per la restituzione però non ebbero all’epoca esito positivo.”

1263391231047_Senza-titolo-0

Verso la fine degli anni Novanta tuttavia la magistratura ennese, seguendo la serie di informazioni ricavate dai Carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale (Il CC TPC, uno dei più avanzati reparti d’élite da anni vanto dell’Arma, in Italia e nel mondo, anche perché in possesso della banca dati di reperti archeologici e opere d’arte più grande e accurata esistente a livello mondiale), grazie al sostegno della Regione e della Soprintendenza di Enna, volle che “la missione archeologica americana conducesse uno scavo nel presunto punto di ritrovamento del tesoro esposto al Metropolitan, mettendo in luce una casa greca del IV sec. a. C.” scriveva il prof. Bell. “I clandestini avevano preso di mira i pavimenti in terra battuta, dove con il metal detector potevano sperare di trovare oggetti preziosi”. Due grandi buche non passarono inosservate agli occhi degli esperti: poco dopo infatti esse furono identificate dai Carabinieri – grazie anche alla confessione di un tombarolo “pentito” – come luoghi di ritrovamento del tesoro.

“Il ritrovamento, nello sterro, di una moneta da 100 lire italiane del 1978 fornì la prova certa che lo scavo abusivo era avvenuto dopo quella data”.

Una serie di storie davvero intriganti, ma non è tutto: grazie ai dati ricavati dallo scavo infatti, si sono potuti apprendere molti altri elementi interessanti: ad esempio si è potuta datare la casa, che sarebbe stata abbandonata dopo la fine della seconda guerra punica: nel 211 a. C. infatti Morgantina cadde sotto la potenza di Roma. Il collegamento spontaneo fu con uno dei più preziosi tesori di cui la storia letteraria antica abbia lasciato testimonianza: Polibio, Tito Livio e Cicerone infatti narrarono di importanti opere di finissima argenteria in possesso di Ierone II, che regnò a Siracusa dal 275 al 215 a.C.: tutte andate perdute.

Il Tesoro di Eupolemo nel suo insieme
Il Tesoro di Eupolemo nel suo insieme

Ma la “storia” continua. Presso l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali si è deciso di autorizzare l’esportazione e il prestito del Tesoro per quattro anni in favore del MET, così come rimasero d’accordo il 21 febbraio 2006 il museo newyorkese e il nostro Ministero. Quell’accordo proietta il prestito per i futuri quarant’anni, quattro anni a testa, alternativamente tra Aidone e New York. Fino a che l’Assessorato Regionale fu retto dall’archeologa Mariarita Sgarlata, la risposta a queste azioni fu ferma e coerente. Con proprio decreto n.1771 del 28 giugno 2013 infatti – dettando i limiti e i criteri della gestione dei Beni in uscita dall’Isola – incluse gli “Argenti di Morganatina” al n. 23 del catalogo dei reperti per i quali “è vietato” in senso assoluto il trasferimento fuori sede. Unica riserva – prevista dall’art. 4 – sarebbe riguardata l’ipotesi “eccezionale” al fine di un “consistente miglioramento dello stato conservativo dei beni”; ma l’ipotesi non era reale, a maggior ragione se per uno spostamento di simili proporzioni. Il decreto si muoveva “nel rispetto e nell’applicazione degli art. 66 e 67 del Codice dei Beni Culturali”. Tutto ciò non risulta essere stato revocato – come afferma il magistrato Silvio Raffiotta – il quale aggiunge: “Si dirà che vi è un obbligo legale liberamente assunto dal Governo italiano nel 2006 nei confronti del MET da osservare; ma non si può ignorare che qualunque ordinamento giuridico consente di rivedere patti risultati successivamente troppo onerosi e/o inesigibili per una delle parti. Ed è proprio questo il caso del nostro tesoro, che quando fu promesso al museo americano per i prossimi quarant’anni, in elusione di legge – sia detto per inciso – che lo consente solo per anni quattro (art. 67 Codice Beni Culturali), nessuno in Italia ne conosceva il precario stato di conservazione, l’estrema delicatezza e il degrado “in progress”.”

Gli acroliti Dalla zona dell’attuale località Francesco Bisconti, nei pressi dell’area archeologica attualmente fruibile, provengono invece i due acroliti raffiguranti Demetra e Kore-Persefone, risalenti al VI secolo a. C., riconosciuti dagli studiosi come

“la più antica testimonianza di questa tecnica artistica”.

Gli acroliti di Demetra e Kore
Gli acroliti di Demetra e Kore

La tecnica acrolitica, la cui etimologia risale alle parole greche àkros “estremo” e lìthos “pietra”, era utilizzata nell’antichità greco-romana per indicare quella forma artistica comportante l’assemblaggio di varie parti del corpo in materiale lapideo (avorio, pietra chiara o marmo), atto a rendere il candore delle estremità del corpo, composto generalmente da materiali poveri, a volte deperibili, come legno, pietra locale o terracotta. In aggiunta andavano poi solitamente applicati stucchi, oro o bronzo per arricchire la capigliatura, mentre con pietre dure o altri metalli si poteva dare colore ai dettagli degli occhi. Per quanto riguarda il risultato finale, le sculture venivano probabilmente “vestite” con abiti di stoffa, anche e soprattutto a scopo rituale: come delle grandi statue di culto.

acroliti (1)

Pure la storia “moderna” di queste antiche statue è piuttosto rocambolesca. Esse furono trafugate alla fine degli scorsi anni Settanta. Il fatto non passò inosservato, anche se le voci circolanti a riguardo erano piuttosto vaghe presso la cittadina di Aidone: la notizia della scoperta delle due statue non giunse infatti alla Sovrintendenza, che nel 1979 si decise ad avviare nel sito, saccheggiato ormai da tempo dai tombaroli, una prima campagna di scavi che portò alla scoperta del grande santuario di culti ctonî da cui provenivano gli acroliti, e nel quale furono rinvenuti numerosissimi oggetti rovinati e fatti a pezzi dagli scavi abusivi, oggi restaurati ed esposti al Museo: numerosissime statuette votive in terrecotta destinate ad usi rituali: si pensa infatti che la zona fosse sacra a Demetra: la greca Δημήτηρ Démeter, “Madre terra” o forse “Madre dispensatrice”, la cui etimologia risalirebbe al nome Indoeuropeo dheghom mather: “Madre Terra”. Una delle divinità più venerate di tutta l’Antichità. (S. Raffiotta, Terrecotte figurate dal santuario di San Francesco Bisconti a Morgantina, Assoro 2007). Nonostante tutto, la ricostruzione dei fatti fu possibile solamente a partire dal 1988. In quell’anno infatti il Tribunale di Enna mise in atto un procedimento penale a carico di una vastissima rete di trafficanti illeciti, da cui si apprese anche dei fatti riguardo agli acroliti e poi alla Dea. La vicenda esplose con la dichiarazione di uno dei criminali arrestati, che mise in moto una vera e propria attività investigativa a livello internazionale. Tempestivo l’intervento dei Carabinieri del TPC: in breve si venne a sapere infatti che gli acroliti, circolanti attraverso il commercio di antichità di provenienza illecita, arrivarono fino in Svizzera, da dove un antiquario di origini siciliane le vendette al famigerato trafficante londinese Robin Symes. L’inglese – responsabile anche della vendita della Dea al Paul Getty Museum di Malibù – le avrebbe poi passate al magnate americano Maurice Tempelsman, con cui gli acroliti giunsero in America. Le statue vennero esposte in prestito nelle vetrine del Getty, fino a quando nel 1986 il professor Malcolm Bell le identificò, essendo stato egli da anni direttore della missione archeologica a Morgantina. Le lunghe indagini avviate dal Tribunale di Enna dal 1988 costrinsero il museo americano a rinunciare all’acquisizione degli acroliti da Tempelsman. Passarono anni di trattative condotte dal Ministero dei Beni Culturali con il sostegno del Comitato Interministeriale per la Restituzione delle Opere d’Arte. Alla fine nel 2002 Maurice Tempelsman donò le statue al Bayly Art Museum della University of Virginia , a patto che vi rimanessero per cinque anni. L’Università americana, che da tempo operava in missioni archeologiche, fra cui proprio quella di Morgantina, dietro autorizzazione del nostro Ministero, accettò per poi consegnarle all’Italia, affinché ritornassero nella propria terra d’origine: la Sicilia. Fu così che nel 2008 gli acroliti ritornarono ad Aidone presso il Museo Archeologico, dove sono stati scenograficamente allestiti ed elegantemente vestiti dalla stilista catanese Marella Ferrera.

Gli
Gli “Acroliti”

La dea Sulla dea si potrebbero scrivere bellissime pagine di storia dell’arte. Esempio colossale – l’altezza della statua è di ben due metri e quaranta centimetri – della più raffinata scuola di scultura acrolitica attribuibile a un allievo di Fidia, risalente al V secolo avanti Cristo, la Dea è diventata l’icona della vittoria della Civiltà e della Giustizia nella lotta a tutti i furti e i traffici illeciti di opere d’arte. 259273_207213745982701_110991375604939_498901_6501317_o Essa infatti – come gli acroliti – venne trafugata da Morgantina e portata fino al Getty Museum di Malibù, da dove lo Stato Italiano riuscì a salvarla e ad assicurarne il rientro e la permanenza in Italia grazie a degli accertamenti scientifici fondati per lo più su una perizia petrografica effettuata sul torso della statua. Il materiale lapideo infatti sembrò subito essere il medesimo della pietra “color camoscio” costituente una scultura femminile acefala proveniente da Morgantina e custodita presso il Museo di Aidone . Nel 1997, conclusi gli accertamenti ad opera di un team guidato da Nicola Bonacasa di cui faceva parte l’esperto Rosario Alaimo dell’Università di Palermo, venne dichiarato che si trattava di “materiale cavato dalla formazione Ragusa, esistente sugli altipiani iblei della Sicilia orientale”. Il Getty all’epoca tuttavia non fece dietrofront rispetto alle proprie posizioni; e nonostante non si permettesse di contestare la perizia eseguita, continuò a difendere la dichiarazione dello pseudo-collezionista svizzero (colui che l’aveva venduta all’antiquario Symes, a sua volta venditore al museo), il quale si ostinava a sostenere di averla ricevuta in eredità dal padre alla fine del secondo conflitto mondiale. Nel 1998, a seguito dell’interrogatorio ufficiale da parte del Procuratore della Repubblica di Enna, l’imbarazzo al momento in cui venne messa in evidenza la realtà dei fatti portò l’uomo a mantenere l’omertoso silenzio su come e quando esattamente fosse entrato in possesso della statua senza averla mai esposta né mostrata ad alcuno. Tutti gli elementi sulla pista sembravano essere a favore del nostro Paese, ma la timidezza dello Stato Italiano fece sì che non si mosse a livello diplomatico, rinunciando ad una rivendicazione di un giudizio civile contro il Getty. Con il nuovo secolo, nel 2005 la Procura di Roma – a seguito di lunghe e difficili indagini – ebbe il modo di scoprire la complessa rete di flussi illeciti di opere d’arte con i quali si rifornivano diversi musei americani: gran parte delle frodi erano infatti state commesse da nomi di trafficanti come Robin Symes e Robert Hecht in collaborazione con i “fornitori” italiani che agivano prevalentemente in Svizzera. Poco durarono le resistenze da parte del museo californiano: a seguito delle forti pressioni di un’opinione pubblica informata e intelligente, nonché dell’incombenza del processo, il 25 settembre 2007 Michael Brand firmò la resa a nome del Getty Museum: la Dea ritornò a casa ufficialmente solo quattro anni dopo, nel 2011.

Degnamente collocata nella stanza successiva a quella degli Acroliti, quasi a seguire un percorso cronologico e filologico, la dea può essere ammirata da vicino e in tutto il suo splendore. La questione riguardante l’identificazione con una dea – sicuramente non “Venere”, in quanto tale divinità non apparteneva al pantheon greco della Sicilia che la forgiò, nel lontano V secolo avanti Cristo – ha posto in passato diversi interrogativi e ben tre tesi, sostenute da studiosi diversi. L’archeologo e storico dell’arte Antonio Giuliano vide nella dea la figura di Demetra, e diede così il via al lungo dibattito, appoggiato da Caterina Greco, in confronto alla tesi di Delivorrias, che la identificò con Afrodite, e poi di Portale e Marconi che riconoscevano la figura della divinità con Persefone. Demetra sembrerebbe essere la più plausibile: questa divinità risulta essere la più venerata nella Sicilia dell’epoca, con particolare attenzione nella zona di Morgantina, presso la quale sorgeva un antico santuario tesmoforico ad essa dedicato. La sua figura inoltre compare sopra numerose monete rinvenute nel territorio di Enna, fornendo una chiara prova iconografica; andrebbe in fine tenuta in considerazione la testimonianza fornita da Cicerone nelle Verrine. Lo pseudo acrolito di Demetra dunque, apparterrebbe allo stile ricco post-fidiaco. Secondo le datazioni più precise, potrebbe essere stato scolpito in un periodo compreso fra il 425 e il 400 a. C.: poco prima degli accordi di Gela del 424, promulgati da Ermocrate di Siracusa una volta che Morgantina fu soggiogata da Kamarina. Per quanto riguarda la composizione, il corpo è formato da calcare colorato proveniente da una delle diverse cave iblee, mentre le parti aggiuntive sono state realizzate in marmo pario: il più utilizzato nella scultura antica. La lavorazione scultorea è molto detagliata, frutto dell’enorme virtuosismo di mani molto istruite e precise nel rendere particolari come i panneggi e le pieghe delle vesti, che avvolgono la statua a tutto tondo. Il panneggio della parte posteriore è particolarmente ricco, quasi come se si fosse voluto rendere l’avanzamento tumultuoso della dea, alla ricerca disperata della figlia, conferendo all’opera una cupa drammaticità. Per quanto riguarda la testa, dal volto espressivo e delicatamente lavorato, è giunta incompleta alla nostra epoca, e come molti altre icone antiche, esso veniva dipinto e arricchito con stucchi, metalli e pietre dure o preziose. Nella parte posteriore essa risulta essere solamente abbozzata, e non rifinita come tutte le altre parti del corpo. In realtà, la parte dei capelli sarebbe stata completata con dello stucco o addirittura una parrucca e forse un copricapo. Infine, il braccio proteso a reggere una delle fiaccole – di cui si parla negli Inni Omerici e si può notare nella ricca iconografia vascolare a essa dedicata – rafforza l’idea di dinamicità della dea in corsa. Probabilmente l’opera completa fu esposta per l’adorazione su di un piedistallo, al centro della zona di culto, e allora come oggi, doveva essere un’immagine unica.

 Copia di Immagine 1087

    Gli ultimi sviluppi I festeggiamenti al momento dei rimpatri evidentemente non sono stati sufficienti a sensibilizzare sul tema “Patrimonio Culturale – Ambiente”: un binomio inscindibile, che lo Stato dovrebbe mantenere ben saldo.

La Repubblica, infatti – così come recita l’articolo 9 della nostra Costituzione – “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

Non poche le voci di eccellenti studiosi e appassionati in materia che hanno cercato, schiette e decise, di far valere la propria causa sul mantenimento in patria dei preziosi reperti. Tra questi – in una lettera specificatamente riferita agli acroliti e pubblicata il giorno 20 gennaio di questo anno su numerose riviste specialistiche e divulgative e quotidiani locali – il professor Malcolm Bell si è rivolto con chiare parole al sindaco di Aidone, dicendo che

“le grandi opere non dovrebbero divenire casuali ambasciatori mondani”.

Purtroppo ogni parola si è dimostrata sprecata e il messaggio non è stato recepito: prime vittime sono gli argenti, già giunti in America; meta prescelta: sempre il Met di New York, sperando ovviamente che arrivino intatti e ritornino in condizioni altrettanto sane: secondo gli ultimi studi diagnostici eseguiti sugli argenti e resi pubblici lo scorso 8 ottobre al Museo Archeologico Regionale di Aidone al convegno dal titolo “Progetto Argenti. Nuovi dati sugli argenti della casa di Eupolemos a Morgantina“, organizzato dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana in collaborazione con la Direzione del Museo”, il tesoro di Eupolemos presenterebbe “fenomeni di degrado in corso”, “linee di fratture in evoluzione”, “estrema fragilità” e segni di “stress delle varie fasi precedenti alla sua musealizzazione”. La cosa più grave è che nel caso di Morgantina non si tratta solo di problemi di gestione del patrimonio, ma anche del rispetto di leggi e dell’ osservanza di norme sancite dall’UNESCO. I ricchi tesori recuperati infatti, prima di venire acquistati dai musei americani, erano stati trafugati e sottratti illecitamente da un contesto ben preciso, violando trattati internazionali che la Convenzione di Parigi del 14 novembre 1970 rendeva ben chiari:

“I reperti frutto di scavi non autorizzati sono riconosciuti non res nullius liberamente commerciabili, bensì appartenenti – sin dall’origine – allo Stato di provenienza”; “Ogni Stato, nel cui territorio si trovi un collezionista in possesso di reperti provenienti da scavi clandestini, è tenuto a restituirli al paese d’origine”; “L’eventuale buona fede dell’acquirente-collezionista non è d’ostacolo al dovere di restituzione”.

I tanto travagliati nòstoi si sono protratti infatti per oltre vent’anni da quando sono iniziate le prime identificazioni e si è riconosciuta la vera provenienza dei reperti. Per gli argenti, la cattiva sorte ha prevalso, e il 27 gennaio di quest’anno 2015 questi sono stati riportati in America, come “riscatto” in cambio della cessione di un altro set di argenti di origine campana: il tesoro di Moregine. Già gli argenti ebbero modo di viaggiare attraverso numerose mostre, inutili in quanto ad una possibile ulteriore “vetrina” del museo aidonese. Tra queste vanno ricordate, risalendo indietro nel tempo, l’esposizione presso il Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas” di Palermo, subito dopo quella inaugurata il 20 marzo 2010 presso il Museo Nazionale di Palazzo Massimo ad opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma. Ma l’affluenza massima sembrerebbe essere stata all’EXPO 2010 di Shanghai, a cui si sarebbero precipitati ben 35.000 visitatori, per gran parte orientali (che ad Aidone purtroppo non sono mai ritornati). Evidentemente un titolo come “L’evoluzione storica della qualità della vita urbana, dal passato remoto al futuro prossimo”, presentato al padiglione Italia di allora con degna rappresentanza di opere, ha reso molto di più di quanto un museo si sforzi di fare in un anno intero di duro lavoro. Sarà così anche per gli Acroliti? Per quanto riguarda le due statue arcaiche infatti, l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali ha scelto di recente di mandarli all’EXPO 2015 di Milano, indicandoli come i protagonisti del padiglione espositivo della Sicilia.

expo_2015

La Dea pare rimarrà dove attualmente è: ad Aidone, ma con questo non si può giustificare il grave smacco subito dal Museo Archeologico, che teme per la situazione già da troppo tempo precaria dei propri tesori: rare risorse che se meglio gestite contribuirebbero all’incremento del turismo in un comune nel cuore della Sicilia che nelle ultime decadi ha subito uno spopolamento senza precedenti. L’eventuale trasferta di altri originali costituirebbe infatti una vera e propria pugnalata alle spalle per la sopravvivenza e il benessere della piccola cittadina. Si aggiunga poi, ai fatti già ricordati, anche la vicenda riguardante un altro reperto di cui era stata da tempo promessa la restituzione e che è caduto nel limbo: si tratta della testa di terracotta attribuita alla divinità ctonia chiamata “Hades”, databile attorno al 300-400 a. C., di cui ebbi già modo di accennare brevemente in un articolo pubblicato l’11 dicembre 2013 sul quotidiano d’arte online www.stilearte.it sotto il titolo “Hades, dio dell’Oltretomba, torna per sempre in Sicilia”. Evidentemente il reperto non è ancora rientrato, e nulla si sa riguardo a un suo possibile rimpatrio. Nel frattempo una parte dei suoi riccioli blu giacciono in Aidone, a provarne la vera provenienza.

Non volendo concludere in pessimismo questo racconto attorno a delle bellezze che tanta storia hanno da raccontare, condividerei la proposta avanzata da diversi studiosi che hanno seguito lo svolgersi dei fatti, fra cui l’archeologa Serena Raffiotta: appassionata ed esperta come pochi sull’argomento perché originaria proprio di questi luoghi, studiosa di Morgantina nonché figlia del Magistrato Silvio Raffiotta, il quale per anni si occupò con estrema passione e dedizione alle vicende giudiziarie circa il rientro dei reperti.

“Perchè non creare delle copie da rendere disponibili per mostre ed esposizioni nei musei che richiedono la presenza dei preziosi e delicati reperti?”

In tal modo infatti, non solo si potrebbe, a seguito di pubblici concorsi, assegnare premi o borse di studio e fornire lavoro ai riproduttori delle opere, ma si risolverebbero anche le infinite problematiche legate ad assurdi costi di trasporto, a restauri spesso inadeguati o inopportuni che porterebbero al danneggiamento dei reperti; si eviterebbe il rischio di smarrimento o furto o danni ai reperti e, soprattutto, non si priverebbe dei pezzi fondamentali un museo come quello di Aidone, che – ancora agli inizi del suo percorso nel complesso mondo del turismo – vedrebbe la propria economia indebolirsi drasticamente. Del resto sono notissimi gli esempi di opere copiate per garantirne la tutela e la conservazione: si pensi all’Efebo di Mozia, alla statua equestre di Marco Aurelio a Roma, ai Cavalli di San Marco a Venezia o al David di Michelangelo a Firenze. Inoltre, ritornando a Malibù: chi non ha mai sentito parlare della Getty Villa: la ricostruzione “hollywoodiana” della Villa dei Papiri di Ercolano? Sulla BBC, in diversi documentari che parlano dell’Archeologia in Italia, si può notare con piacere come anche illustri storici dell’arte del calibro di Alastair Sooke o Mary Beard dedichino interviste ai realizzatori di copie; queste rappresentano infatti vere e proprie opere d’arte create con le tecniche, gli strumenti e i materiali dell’epoca, ed offrono l’accesso ad una via d’indagine scientifica per quanto riguarda la metodologia di produzione artistica nel passato. Tale metodo probabilmente potrebbe essere applicato anche ai Bronzi di Riace o alla Testa di Filosofo di Reggio Calabria, al Satiro Danzante di Mazara del Vallo e a qualsiasi altra opera che ha diritto e merita di rimanere nella propria sede d’origine, in apposito museo per il quale appositamente si debbono sviluppare le necessarie infrastrutture per rendere accessibili i luoghi e ogni sorta di facilitazione per la visita e la permanenza del flusso turistico, da indirizzare mediante adeguate ed efficaci segnalazioni. Grazie per la collaborazione e la disponibilità: Un ringraziamento speciale va all’archeologa Serena Raffiotta, la quale mi ha aiutato e guidato attraverso la conoscenza di questi luoghi, permettendomi di rimanere informato in diretta sugli sviluppi dei fatti riguardanti gli Argenti, gli Acroliti e la testa di Ade. Vorrei ringraziare anche l’attuale direttrice del Museo Regionale di Aidone dott.ssa Laura Maniscalco, la quale l’estate passata, al termine di una mia visita presso la sede museale, si è dimostrata molto disponibile nel dedicare a me – allora non ancora studente di Beni Culturali – del tempo prezioso per un’intervista che in pochissimi finora hanno avuto la gentilezza di concedermi. Un pensiero di gratitudine penso debba andare anche a tutto il resto del personale: dai restauratori, agli archeologi, ai custodi del Museo, che ho trovato tutti molto disponibili e gentili nel fornirmi informazioni sia all’interno del Parco, che del Museo. Infine, assolutamente degno di attenzioni è l’Archeoclub Aidone-Morgantina per l’impegno dimostrato – e in continua azione – a difesa dei tesori di questo importante nucleo archeologico. Esso ha infatti per missione primaria “la diffusione della conoscenza e la valorizzazione del sito archeologico di Morgantina nonché dei Beni Culturali e Ambientali del paese di Aidone. Persegue, inoltre, finalità di carattere sociale, civile e culturale senza fini di lucro, al di fuori e aldilà di ogni ideologismo.” Con la speranza che Aidone continui solamente in direzione di un progresso e ritorni a splendere della gloria di cui ha brillato per vari periodi della sua storia plurimillenaria, e che Morgantina possa continuare a raccontare il proprio illustre passato e magari a stupire con nuove scoperte, spero che l’Italia e il mondo rivolgano il loro sguardo anche verso tutte quelle altre realtà trascurate che meritano di essere riconsiderate, per venire giustamente tutelate e valorizzate.

Se ne parla ancora troppo poco!

2 pensieri su “MORGANTINA: QUANTE “COSE” RISCHIANO DI PASSARE INOSSERVATE?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...