L’AFFRESCO: QUELLA TECNICA “BELLA E VISSUTA”

Due estati fa ho avuto il piacere ed il privilegio di partecipare a un corso di affresco tenutosi presto la Comunità “Villa San Francesco” a Facen di Pedavena, un paesino ai piedi delle prealpi bellunesi, sotto la guida dei maestri frescanti Marisa dalla Pietà e Vico Calabrò.

Di recente è nata la Scuola Internazionale pel la Tecnica dell’Affresco, dalla forza creativa di Calabrò, già maestro frescante presso la sua scuola personale “Frescopolis”, in sinergia con altri artisti e supportato dal Rotary Club – Distretto 2060.

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L’affresco, o pittura a fresco, una delle più meravigliose, impegnative e antiche tecniche artistiche della storia dell’arte, consiste, citando l’accurata definizione che ne da il maestro Calabrò, in una

“pittura murale nella quale i colori vengono stemperati in acqua e stesi sopra un intonaco fresco, ossia appena steso. Così operando, per reazione tra la calce dell’intonaco e l’intonaco dell’aria, i colori vengono a fissarsi fino a diventare insolubili e acquistano una forte solidità.”

Avviene dunque una vera e propria reazione chimica, chiamata “carbonatazione della calce”, che permette alla pittura una grande longevità e una certa resistenza agli agenti atmosferici come l’umidità o il calore, che avrebbero sicuramente la meglio su un tipo di pittura a secco.

L’affresco si svolge in diverse fasi, preparative ed esecutive, da compiersi in tempi stabiliti.

Per quanto riguarda la preparazione, ci sono processi da eseguire sulla parete che si desidera affrescare. Per prima cosa bisogna esaminare il muro.  Si dice che parlare ai muri sia inutile. Ebbene un buon frescante sa che non è assolutamente così: bisogna entrare in contatto profondamente con il muro, conoscerlo, ed instaurare un vero e proprio dialogo con quello che è l’autentico  interlocutore del  momento dell’affresco.  Innanzitutto il muro deve essere sano sotto ogni punto di vista e del giusto materiale: di sassi o di mattoni, mai in cemento, poiché tenderebbe a seccare l’intonaco e la stesura del colore avverrebbe a secco. Inoltre occorre che sia privo di impurità ed appoggi in un luogo asciutto: anche l’umidità rovinerebbe il lavoro. Conosciuto il muro, si passa al rinzaffo. Il rinzaffo non è altro che la prima stesura di malta, di sabbia grossa e calce, utile a livellare la parete.  Si pratica poi l’arricciato, composto da malta di calce e sabbia. Lo si applica per uno spessore di circa un centimetro lasciando la superficie grezza per favorire l’adesione dello strato successivo: l’ intonachino (malta di calce e sabbia fina), che è l’ultimo strato, su cui si dipinge. Si stende a giornate e si tiene umido il più possibile, in modo da far penetrare ed aderire il colore il più possibile.

Per quanto riguarda l’esecuzione poi, ci sono quattro fasi principali da eseguire: sinopia, cartone, spolvero e pittura, e poi, eventualmente, si può aggiungere anche la verniciatura. Per cominciare, si esegue la sinopia sull’arricciato; ciò consiste nel riportare il disegno del bozzetto sulla parete. Lo scopo è quello di poter  rendere visibile con precisione l’effetto del disegno nella dimensione definitiva. Questo lavoro, che viene ricoperto dall’intonaco, scomparendo, prende il nome dal colore che generalmente si utilizzava nell’eseguirlo: una terra rossa proveniente dalla città di Sinope in Turchia. Dalla sinopia o dal bozzetto si ricavano i famosi “cartoni”, dei veri e propri studi su cui l’artista può fare una prova  ulteriore rispetto al bozzetto e sperimentare dunque colori ed effetti cromatici. L’utilizzo del cartone storicamente è molto importante poiché in diversi casi ci ha permesso di poter capire come fossero studiati e soprattutto come si presentassero gli affreschi oggi scomparsi, soprattutto quelli datati dal XV secolo in avanti, periodo in cui i cartoni venivano quasi sempre realizzati. Dal cartone poi, applicando dei fori sui contorni delle figure e facendone passare un colore in polvere (spesso carbone) si mette in pratica lo spolvero. Questo procedimento permette di fissare immagini sulla malta riproducendo la sagoma delle figure; esso può avvenire anche passando sul cartone, se costituito da carta leggera, una punta che lasci il solco sulla malta. Finalmente si passa alla pittura.  Per incominciare a pitturare, “la superficie deve “tenere” sotto il pennello: deve “tirare”, cioè l’umido quasi oleoso della calce di superficie deve trattenere i colori consentendo una certa manovrabilità di impasto e fusione di tinte”. È necessario che i primi colori vadano applicati “con toni caricati, perché l’umidità dell’intonaco li dissolve con rapidità e quindi li indebolisce. Le sovrapposizioni devono essere fatte dopo un breve intervallo per dare ad ogni stesura il tempo di fissarsi”.

Esistono innumerevoli tecniche e virtuosismi artistici per rendere degli “effetti speciali” sulla superficie dell’affresco; ad esempio “si possono inserire elementi diversi intesi a costituire un insieme polimaterico illusivo”,come sporgenze di intonaco, cere, carte, stoffe, smalti, vetri eccetera. Infine, anche se non è indispensabile, si può verniciare l’affresco, con della cera mescolata ad olii, per rendere un effetto di velature o variazioni di tono.

Vorrei ricordare che la pratica dell’affresco, forse per la sua difficoltà esecutiva, o per la scarsa richiesta del mercato è purtroppo oggi in via di estinzione. Lo prova il fatto che non è più insegnata in molte scuole  e accademie d’arte italiane, e sopravvivono pochi maestri, quasi esclusivamente liberi professionisti, a cui è affidato l’importante compito di tramandare l’insegnamento di questa fantastica forma d’arte, quella che Michelangelo chiamava “la pittura degli uomini”: momento di estasi artistica per l’artista, visione sublime per lo spettatore e tesoro per tutta l’umanità.

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