Arte e CAPELLI: breve storia dell’acconciatura

Il mestiere di acconciatore, barbiere e/o parrucchiere che sia, è un’arte antichissima, tappa fondamentale nell’evoluzione dell’uomo. Dal momento in cui si è evoluto e sviluppato l’homo sapiens, di fatto il genere umano ha notevolmente migliorato le proprie capacità a livello chirurgico (ossia, lett. dal greco: lavoro delle mani, operazione svolta dalle mani, da ‘keir‘ (mano) ed ‘érgo‘ (opero, faccio con…).

Sono infatti le mani a creare e modellare dalla materia il manufatto artistico, e così con un uso intelligentemente educato delle medesime ci si prende cura anche del corpo e, di conseguenza, anche dei capelli.

È così dunque che antropologicamente il taglio del pelo e del capello è andato trasformandosi in una vera e propria arte di talento, che tocca l’uomo esteriormente, ma lo coinvolge in prima persona e ne caratterizza per molti versi anche l’aspetto psicologico.

Fin dal Paleolitico inferiore, il taglio del crine (o del capello) era affidato alle più alte autorità della tribù-comunità: individui che rivestivano un ruolo sociale importantissimo, a volte perfino assimilabili o corrispondenti alla figura dei sacerdoti. Era un po’ come se la forma dei capelli venisse espressa con il tipo di taglio de capelli: da una forma immateriale ad una fisica, tangibile e realmente manifesta, esposta cioè a tutti.

Il taglio dei capelli assumeva inoltre un significato corrispondente o simile alla rimozione della negatività (sciamanicamente, si potrebbe dire “del male”) accumulata, allo scopo di rinnovare le energie positive. Dagli archeologi sono stati scoperti e a proposito identificati reperti consistenti in rasoi litici, ossia utensili volti alla pratica e all’ uso della rasatura, almeno a partire dall’Età del bronzo (3500 anni fa) ad esempio durante gli scavi in Egitto.

Si attesta infatti che i barbieri dell’Antico Egitto godessero di buona fama e fossero annoverate fra le personalità illustri e rispettate.

È nella tomba nº 45 di Tebe , sita nel Cimitero Inferiore, che fu rinvenuta la statuetta di 19 centimetri alta, databile alla XVIII Dinastia o forse anche anteriore (quindi almeno 3300 anni fa circa), identificata come rappresentante l’immagine di Barber Meryma ‘at, il barbiere responsabile della rasatura dei sacerdoti nel tempio di Ammon.

È divenuto oramai proverbiale l’idioma greco secondo il quale l’intelligenza starebbe nei capelli;  provare questa crinofilia sta il fatto che la professione di barbiere fosse divenuta molto popolare nell’Antica Grecia.

Attorno al V secolo l’acconciatura tipica e caratterizzante della figura maschile era composta dai capelli ondulati e dalla barba, arricciata e pettinata anch’essa.

A tale compito acconciaturiale erano preposta e incaricata la figura del barbiere. È forse a partire da questa Civiltà che l’acconciatura divenne una vera e propria professione, e un’Arte, anche se già precedentemente le Civiltà Mesopotamiche si caratterizzarono per fogge ancora e altrettanto più ricercate e di pregio, che potevano essere talvolta composte anche da materiali e metalli preziosi nel caso dei re (l’imperatore sumero Sargon degli Accadi, il sovrano babilonese Amurrabi, il re dgli assiri Assurbanipal e così via fino a Ciro di Persia).

Il mitico Gilgamesh stesso, così come appare descritto nell’omonima Epopea, compare rappresentato nel fregio del palazzo di Sargon II, attualmente custodito presso il Museo del Louvre a Parigi, nell’atto di dominare un leone, del quale condivide in una profonda similitudine i riccioli della criniera nella duplice acconciatura di barba e capelli.

Tuttavia, ritornando nell’Ellade, è proprio in quella Società fondatrice della prima democrazia della storia che furono creati i primi veri e propri negozi di barbiere della storia; erano questi luoghi di ritrovo nei quali ci s’incontrava, una sorta di club destinati esclusivamente agli uomini, in cui si chiacchierava, parlava e discuteva dei più svariati argomenti: dalla filosofia all’arte, dalle questioni “comunali” alla politica vera e propria. Un po’ come dei luoghi in forte analogia in un certo verso all’Agorà, che era il luogo di ritrovo pubblico dei cittadini.

Compito di un buon barbiere era saper trattare bene il cliente “servendolo” con rifilatura e pettinatura di capelli e barba, massaggio, spazzolatura e cura della lucentezza con apposite lozioni e pomate a base, ad esempio, di cera d’api, fino ad una “improfumatura” con sentori di fiori e aromi all’olio di oliva.

Così come gli uomini si facevano acconciare in casa d’altri, le donne che se lo potevano permettere, dalle benestanti fino alle ricche matrone, erano acconciate e curate in casa propria, con l’assistenza di serve o schiave, ma per la maggior parte dei casi era il gesto della donna a toccare in prima persona il proprio capello.

Nel III secolo a. C., poi, con la presa del potere di Alessandro Magno, il conquistatore dell’Asia, sconfitto in numerose lotte contro i Persiani a causa delle lunghe barbe dei suoi soldati, che in battaglia si dimostravano un punto debole, poichè potevano essere afferrate o comunque risultare una facile presa nel mentre della fuga durante il combattimento. Fu per questo motivo che Alessandro avrebbe imposto a tutto l’esercito la rasatura delle barbe, segnando l’inizio fra l’altro anche di una fase dello stile nella Dtoria dell’Arte Greca che prende il nome di Ellenistica.

Anche a motivo di questa nuova necessità innovativa dunque, così come per le nuove falangi macedoni occorrero aste più lunghe per le lance, anche per le barbe lunghe da tosare occorsero un numero sempre maggiore di barbieri al seguito dell’esercito.

Durante il periodo arcaico di Roma, gli uomini maturi usavano portare capelli lunghi e barba.

Tuttavia l’influenza greca incominciata in seguito alle conquiste della Repubblica, introdussero anche nell’Urbe l’uso della rasatura, e venne di fatto “importato” o “adottato” anche l’impiego dei barbieri.

Nell’anno 296 avanti Cristo, il seatore romano Ticinius Mena introdusse in Roma l’uso del negozio di barbiere, al momento del suo ritorno dalla Sicilia. Stando a Plinio il Vecchio, il primo cittadino romano illustre che adottò la rasatura come non-solamente a motivo d’igiene, ma anche per segno distintivo, fu Scipione l’Africano, generale dell’esercito romano e console dell’Urbe.

Presso gli Antichi Romani dunque, la barba e i capelli diventarno un’importante variabile-caratterizzante che che si impose fortemente a livello sociale.

Iniziando a crescere, come è noto, a partire dalla pubertà, la cosiddetta “barbula” segnava la tappa fondamentale del passaggio dall’età infantile a quella adulta, con importanti conseguenze e a livello sociale, per un riconoscimento effettivo all’interno del “mondo che conta”, ossia quello della gente adulta.

L’uomo maturo dunque; e il momento della maggiore età era segnato, si potrebbe dire, dal momento in cui incominciava a spuntare la barba; in analogia un po’ a come nell’Italia di qualche decennio fa si usava la distinzione calzoni corti – calzoni/pantaloni lunghi.

A partire dal momento di presa di contatto con l’Oriente, e le sue Civiltà, sembra che Roma iniziò a “dividersi” e a considerare la barba come simbolo, l’acconciatura come segno di riconoscimento: emblema o signum distinguens, a volte addirittura impiegato per le gentes o gli imperatores: classico era il segno di riconoscimento di un appartenente alla Gens Julio-Claudia (la prima famiglia imperiale, nata con Giulio Cesare, ufficializzata da Ottaviano “Augusto” e tramontata con Nerone), che si poteva distinguere dalle altre per il volto sbarbato, quasi apparentemente quello di un “eterno giovane”, una figura divina e quasi sacra, emblema forse di una ricercata immortalità e dai capelli lisci ben tenuti, quasi ad effetto bagnato, a formare sulle punte dei “riccioli” che terminavano a forma di coda di rondine, tenaglia o forbice che dir si voglia.

esistono varie ipotesi, secondo le quali, a livello antropologico, le barbe o l’assenza, e dunque il taglio delle medesime, così come il taglio dell’acconciatura portati avanti dalle “mode” delle diverse epoche storiche segnassero non solo una questione di gusto, ma anche, o comunque con motivazione, le situazioni di salute/socialità e dunque politica e religione di una determinata civiltà, e di conseguenza l’identificazione ad un rango delle gerarchie sociali, dei ranghi e delle classi che almeno storicamente hanno caratterizzato le Antiche Civiltà: nell’Antico Egitto, così come presso l’Antica Babilonia o attorno al Mondo Ellenico, e così come oggi avviene in quel che resta delle tribù primitive, agli albori del “processo evolutivo”, il crine, sia esso pelo di barba o capello, gioca un ruolo importantissimo a livello di rango e riconoscimento sociale; ad esempio: lo sciamano ed il capo tribù di un gruppo di ‘indigeni’ “Nativi Americani”, probabilmente non a torto lasciava per natura crescere i propri capelli quasi ad imitazione della criniera di una creatura mitologica, simile alla divinità e mimetica della medesima; così come i capi, gli sciamani e i gerarchi di diverse tribù indigene del Nord America (i famosi ‘Pellirossa’) usavano portare corone di piume d’uccello, a volte d’aquila, sempre più ricche, grandi e belle, a seconda che si avanzasse di grado gerarchico verso ruoli di potere.

Durante il medioevo poi, è interessante notare come in Europa si sia diffusa la pratica dei barbieri-chirurghi.

Essendo stato sotto certi aspetti anche un periodo di ombre e di regressione, soprattutto a livello sanitario, il medioevo ha purtroppo annoverato, assieme alle sue numerose e indiscutibili invenzioni, creazioni e scoperte in vari camp della Scienza e della Tecnica, anche delle indubitabili lacune di progresso; quasi delle forme di regresso sociale che hanno portato gli uomini contemporanei a quell’epoca a vivere in condizioni di vera e propria carestia; vi era infatti in quell’epoca una fortissima carenza all’interno delle “istituzioni” sanitarie, quasi totalmente carenti o assenti, sostituite invece da pratiche simili a quelle dei barbieri-chirurghi.

Il barbiere-chirurgo, figura operante, pare, almeno fino alfine del secolo XVII, secondo quanto affermano le fonti e documentano immagini come Sutura di una ferita minore presso un barbiere di Gerritt Ludens (1622-1683) o Estrazione dentaria di Johann Liss, del 1616; o ancora, Intervento podologico del pittore David Teniers, datata 1663.

Questa pratica ha origini che risalgono almeno al XIII secolo, durante il quale, in Francia, la categoria dei chirurghi francesi che, cercando maggiore guadagno e volendo ottenere maggiori privilegi, affiancò le due discipline, le quali sono solitamente tenute ben separate.

A partire da quel periodo, e soprattutto nei secoli successivi, venne purtroppo acquistando sempre maggiore applicazione lo sfruttare l’appartenenza alla gilda dei barbieri (praticanti non medici!), non conoscitori quindi del latino, e il cui campo di operazione si limitava almeno solitamente ad interventi minori, come la flebotomia o il salasso, le operazioni dentistiche e le cure di piccole ferite.

Durante il Rinascimento, in Francia addirittura si arrivò ad una scomparsa della differenziazione di classe tra medici e chirurghi, con tutte le conseguenze che ne sono derivate a causa di inevitabili infezioni e quindi contaminazioni di batteri e virus, e tutte le questioni correlate causate dalla carenza d’igiene.

Fino al 1731 anno in cui fu fondata l’Accadémie Royale de Chirurgie – sotto la direzione del medico-chirurgo Jean-Louis Petit, che perfezionò il tourniquet, inventando di fatto il laccio emostatico -, in seguito all’ordinanza di Louis XV, il quale proibì l’esercizio della pratica chirurgica ai barbieri, i barbieri-chirurghi continuarono ad esercitare la loro professione liberamente.

Anche nell’Inghilterra del corso del XV secolo gli internisti andarono rafforzando il proprio potere, riuscendo a fondare il Collegio Reale dei Medici , equiparando di fatto i barbieri ai chirurghi. Addirittura, nel 1540, il parlamento inglese autorizzò la formazione della Compagnia dei Barbieri-Chirurghi; e fu Thomas Vicary, il chirurgo incaricato di curare una ferita alla gamba di Enrico VIII, a consegnare al re la carta dei diritti della Gilda dei Chirurghi (Hans Holbein il Giovane, Affresco dell’ospedale di San Bartolomeo a Londra).

Questa pratica, più o meno clandestinamente, riuscì a prender piede anche in alcuni stati dell’Italia pre-unitaria, ad esempio presso la Repubblica di Venezia, sotto l’emblema dei barbieri-cerusci (o Ceroici).

I due statuti, quello dei Medici e degli Speziali, e quello dei Barbieri, risalgono rispettivamente al 1258 e al 1270.

Seppur limitatamente, i barbieri-chirurghi si potevano occupare delle cure di mali minori “extraendo et aptando dentes et sanguinare minuendo“.

Storicamente Venezia vide l’esistenza di due corporazioni differenziate di Medici e Chirurghi che mantennero sempre come privilegio l’atto di concedere licenze di chirurgia minore (i cosiddetti “chirurghi ‘ignoranti“), destinate ad abilitare la professione dei barbieri.

Ad ogni modo, era necessario il conseguimento di un esame per accedere al ruolo e alla qualifica di barbiere-chirurgo, riguardanti conoscenze della composizione dei medicinali, oltre ad altri test per avere il privilegio di “medicar bruschi, sgrafiature, macadure, ferite et casi lezieri et non in pericolo di morte“.

I santi patroni delle tre categorie, ovverosia Medici, Chirurghi e Barbieri, erano comunque fin fin dall’inizio i Santi Cosma e Damiano, noti nella paternalistica per le loro doti di medici.

Dal 1543, la corporazione si era allargata anche ai parrucchieri, e la sede della gilda cambiò, come anche i patroni, che divennero i SS. Filippo e Giacomo.

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Superata la parabola malsana e avvilente dell’unione delle due Professioni, e ritornando a parlare di barbieri e parrucchieri di professione e mestiere ben distinti e caratterizzati, non si può che non concentrarsi sul Settecento; il XVIII secolo, l’epoca delle grandi incipriate, dei nei finti e delle parruccone improfunate allo scopo di nascondere lo sgradevole olezzo che si sarebbe propagato a corte, presso la quale ci si lavava molto di rado e male: è il momento allo zenith della nobiltà di Ancienne Régime; un modello culturale che subirà un forte inciampo con la Rivoluzione Francese prima e Napoleone Bonaparte poi, il quale condizionerà e rivoluzionerà egli stesso la moda dell’Europa a cavallo fra XVIII e XIX secolo, comprese le acconciature: dai nobilastri parrucconi e puzzoni si passerà per un breve periodo ad una visione neoclassicista e quasi apollinea dello stile e del modo di vestire, di comportarsi e anche di agire all’interno dell’Era Napoleonica: pochi trucchi, e solamente sui campi di battaglia!

Tramontato il sistema di potere napoleonico, con il Congresso di Vienna del 1815 risorge la società di Ancienne Régime: inizia l’epoca della Restaurazione.

Con la Restaurazione si ripristina in toto, presso quasi tutte le corti, lo stile ed il costume in uso durante l’Ancienne Règime: si attesta infatti che il re di Sardegna Vittorio Emanuele I di Savoja, al momento del suo rientro a Torino in seguito alla dominazione napoleonica, si presentò ai sudditi alla vecchia maniera, come il suo casato li aveva lasciati: in carrozza agghindata e con la classica parrucca dal codino infiocchettato.

Il compositore Gioacchino Rossini, musicista Italiano vissuto dal XVIII al XIX secolo, creò di fatto l’immaginario del barbiere così come oggi ce lo s’immagina nel mondo: un artistamaestro d’Arte di talento, il cui compito riguarda la bellezza dei capelli e poi della barba o dei baffi dell’uomo, che potevano anche non esserci.

Nel caso della donna, la parrucchiera o acconciatrice pubblica avvenne probabilmente più tardi, e fu più un fenomeno emancipatorio; prima infatti la donna in genere usava occuparsi direttamente della propria bellezza, ad eccezione del caso delle celebri toilettes, che videro il loro apice con la Belle Époque, criticate dal futurista Marinetti e apprezzate dal decadentista D’Annunzio, in quanto facevano la donna più bella di quanto già non lo fosse.

In ogni caso, la parrucchiera così come oggi la s’intende, ancora aveva da venire, ed il servigio di tale lussuoso mestiere era destinato solamente a chi se lo poteva permettere.

Oggi, fare il barbiere e il parrucchiere o la parrucchiera è diventato un fatto di stile, che ricopre un ruolo fondamentale nella moda, come nella società-bene.

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È con grande piacere che recensisco il Maestro Acconciatore Antonio Locatelli da Monza, oggi di mestiere a Desenzano del Garda, a partire dal 1989, ricoprendo la presidenza degli Acconciatori della cittadina, nella quale lavora dall’anno 1962.

Figlio di cappellai milanesi, nel 1952 ha iniziato a lavorare come aiutante ad un parrucchiere a Monza: aveva nove anni, e a quattordici anni era già stato messo “in regola”.

Da giovane iniziò l’apprendistato, come si suol dire per un artista,  “a bottega“, presso l’Albergo Diurno di Monza.

Vigeva all’epoca una certa signorilità nel lavoro: all’epoca nell’atelier esisteva già il doppio settore: maschile / femminile, ed era prevista una vasta gamma di servizi per l’igiene: dalla pedicure alla manicure dalle docce ai bagni: tutto esclusivamente rivolto all’igiene della persona, oltre che ovviamente alla bellezza.

Nel 1961 è diventato responsabile del settore maschile; a soli 18 anni gestiva già sette lavoranti, alcuni anche più anziani di lui.

Contrariamente al clichet secondo il quale il negozio di parrucchiere o acconciatrice sono diventati luoghi di socializzazione se non addirittura “spetteguless”, all’epoca il parrucchiere non poteva chiacchierare e nemmeno parlare con il cliente.

La professionalità e l’impegno di Antonio si estendono ben oltre il mestiere di parrucchiere.  Dopo dieci anni d’insegnamento all’Accademia Nazionale di Acconciatura Maschile e trentacinque anni di acconciatura praticata, venti anni di concessioni di licenze in commissioni comunali, si è anche impegnato e s’impegna tutt’ora, da ben ventidue anni, nel volontariato in Settore Sanitario, con specializzazione sia in soccorritore che come capo-equipaggio.

Dal mese di maggio 2015 è inoltre stato insignito del Sovrano Ordine Ospitaliero dei Cavalieri di Malta, con cerimonia di conferimento del grado di commendatore in Assisi.

In totale i suoi anni di lavoro ad oggi sono ben sessantatré!

La sua passione indiscussa per il capello mi ha portato più volte a parlare con lui – o meglio, a farmi raccontare la storia dell’Acconciatura e del Capello, sia come “elemento di costume” che come “parte anatomica”, che come tale necessita ed esige una cura da parte di un esperto.

Oggi il mestiere di acconciatore, parrucchiere e barbiere di qualità è diventato sempre più un lavoro legato al mondo della moda e perciò esige una ricerca estetica oltre che igienica che necessita sempre più di aggiornamenti, a seconda delle correnti stilistiche della medesima più in voga al momento.

Occhio e forbice, testa e mani fanno il chirurgo della moda.

Gli errori veramente gravi della vita sono pochi; una frase detta mele, una rinuncia, un tradimento, dire al parrucchiere: “bah, fai tu”.

Dubric 511, Twitter

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