I BRUEGHEL a Bologna

Brueghel è il nome, diventato simbolo universale, della più importante famiglia di artisti fiamminghi del XVI e XVII secolo. A partire dal capostipite Pieter Brueghel il Vecchio, la discendenza continua con i figli Pieter il Giovane e Jan il Vecchio, per proseguire con Jan il Giovane, Ambrosius, Abraham, Jan Pieter. Questi pittori sono tra i protagonisti della rivoluzione realista della pittura europea che ha influenzato, attraverso lo sguardo degli stessi inventori, i grandi temi della storia dell’arte occidentale.

La realtà quotidiana della vita umana scorre sullo sfondo dei celebri paesaggi invernali, diventati parte del mito delle Fiandre proprio grazie agli artisti della famiglia Brueghel. I loro capolavori raccontano l’allegria contagiosa delle feste popolari insieme ai vizi dei contadini e dei mercanti, la fatica del vivere e le debolezze umane insieme alle opere virtuose e al giudizio morale. Nella pittura fiamminga c’è la splendida ricchezza delle grandi composizioni di fiori unita alla bellezza enigmatica della nature morte, c’è la forza persuasiva delle allegorie con le storie avventurose di viaggiatori e mercanti.

Dal Catalogo della mostra

La scorsa settimana ho avuto il piacere di visitare la mostra Brueghel: Capolavori dell’arte fiamminga, inaugurata lo scorso 2 ottobre 2015  e aperta fino al 28 febbraio 2016 presso la sede di Palazzo Albergati in Bologna.

Mi è piaciuta davvero molto: a prescindere dal mio personale piacere nel poter guardare la pittura fiamminga di genere rinascimentale – e non solo – ho apprezzato davvero l’allestimento ben curato e l’elegante collocazione nel bel palazzo di una delle città più leggiadre d’Italia.

Oggetto della mostra è, per l’appunto, la famiglia Brueghel, o meglio: la dinastia pittorica dei Brueghel.

L’illustre schiatta fiamminga che trae il suo massimo splendore originario da Pietr Brueghel il Vecchio, si estese in fatti nel tempo, analizzando e descrivendo la natura come e oltre al modo in cui il gran padre della paesaggistica neerlandese del Rinascimento sapeva ben fare, mettendo in luce le sue doti geniali fin dalla prima infanzia.

Si potrebbe dire che sia stata, quella dei Brueghel, una scia di comete affiancatesi l’una dopo l’altra, a illuminare quel cielo nordico che si stava aprendo al mondo e al suo Secolo d’Oro, alla Storia.

Una luce che ha come punto focale la Natura:

Una Natura regina e caritatevole ma al contempo cruda nella sua veste più umana; una Natura forte e vigorosa, quella del quotidiano, che sovrasta l’uomo spesso succube e sottomesso di fronte alla sua potenza.

Ed è attraverso questa descrizione della Natura che vengono analizzati e sondati nel profondo, in modo piuttosto umano, non artificiale, ma naturale, ovverosia con quella sincerità non-artificiosa e totalmente priva di manierismi, Elementi quali l’Amore, la guerra, la Pace, e altri riguardanti sempre un’indagine della Natura attraverso i Sensi Umani.

I Brueghel si distinsero, e distinguendosi presero così le distanze dalla Pittorica e dagli artisti del tempo, narrando in nuce la continua trasformazione del quotidiano, creando opere emblematiche per tutta la pittura del tempo, da e su spunti psicologici, sociologici, antropologici, fino a creare una semiotica del comportamento umano.

Francesca Valan, ideatrice e curatrice del percorso interattivo, ha pensato di suddividere la mostra in quattro grandi sezioni o esperienze, con delle installazioni, allo scopo di far penetrare meglio lo spettatore nella complessa ottica dell’Arte Bruegheliana.

La prima, intitolata Historia Animalium, con The Entry of the Animals Into Noah’s Ark di Jan Brueghel (1613, Paul Getty Museum di Los Angeles). Qui Noè chiama e passa in rassegna, come in un’enorme enciclopedia biblica, varie specie di animali: animali europei, ma anche esotici, come il pittore ne aveva visti a Bruxelles ed Anversa, provenienti dalle Americhe, Africa e India: era infatti l’epoca delle grandi esplorazioni. Qui una scena come da palco teatrale ed una voce raccontano curiosità e dettagli circa le particolari storie degli animali, in latino volontariamente lasciati, allo scopo di ricreare il più possibile l’atmosfera di quell’epoca che diede una Historia Animalium.

Nella seconda, chiamata Florilegium, i protagonisti diventano i fiori, quasi come in una storia di Caroll. La pubblicazione dei nuovi erbari e testi di botanica fanno del XVII e XVIII secolo un periodo florido e attivo dal punto di vista delle meticolose e dettagliatissime descrizioni e catalogazioni di piante provenienti da ogni parte del globo. Dall’Asia Minore provengono nuove specie esotiche ed ornamentali, fra cui i famosissimi tulipani, destinati a diventare per l’appunto uno status symbol soprattutto in Olanda, dove vennero con successo innestati e venduti a peso d’oro: si sviluppò infatti la “tulipanomania”. La Botanica si differenzierà, in quanto scienza, dalla Medicina tradizionale.

Importante è ricordare inoltre che per la Religione Protestante, rappresentare una grande moltitudine di fiori era da considerarsi un’assimilazione alla rappresentazione della grandezza e della bellezza di Dio, fatta allo scopo di avvicinarsi a Lui, Creatore di tutte le cose.

La terza esperienza si chiama Alla ricerca del proverbio. Si ispira all’opera di Pietr Brueghel I proverbi Fiamminghi (1959, Gemäldegalerie di Berlino) e ne coglie l’aspetto attraverso il quale lo spettatore diventa parte integrante dell’opera, dovendo mettersi in gioco per interpretare i vari significati delle figure rappresentate, facendo tesoro della propria conoscenza: una conoscenza popolare che metteva in luce la stoltezza e l’ipocrisia dei comportamenti umani. Lo spunto è liberamente ispirato all’Opera di Erasmo da Rotterdam (1466 – 1536) e alla sua infinita collezione di proverbi perfettamente raccolti, catalogati, analizzati e descritti appartenenti alla storia soprattutto europea, con origini che risalgono alla tradizione greca. Gli Adagia.

La quarta ed ultima installazione: Invito a Nozze. In questa tappa finale della mostra lo spettatore entra completamente nell’opera.

L’opera in questione è La Danza nuziale contadina (1566, Detroit Institute of Arts, Detroit) di Pieter Brueghel il Vecchio, del quale Karel Van Mander (1548-1606) raccontava che si divertiva ad imbucarsi con l’amico e committente Hans Franckert alle feste nuziali contadine e popolari, sotto le finte vesti di parente dello sposo o della sposa.

Da qui poteva osservare i contadini mangiare, bere, ballare, saltare per poi trasferire minuziosamente le scene sulla tela.

Tutta la mostra dunque si manifesta come un bellissimo viaggio attraverso le Antiche Fiandre alla scoperta di un mondo molto particolare, a tratti quasi fantastico, visto cogli occhi di personaggi che hanno fatto la Storia dell’Arte da veri protagonisti.

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