Le ceneri della sera

Ora no, ora ho sulla testa un berretto fatto di stoppa e confusione, non brillo d’idee e battute, ma un goffo fagotto di filacci di voci esterne mi si attorce nei capelli (!), mi imbambola un po’, sì che raccolgo vari pezzetti di una sera, me li guardo bene, li rotolo su in un’improbabile sigaretta; accendo il tutto, mi tuffo nel ronzio dell’orecchio, ascolto, m’annoio, ma no, ma no, così no…
Era così godibile la sera, incappottato vagare fra la nebbia che smangiava i tetti, copriva di lacrime finte il volto, con una pioggerellina lieve lieve, che dava freschezza pura, apriva le narici all’odore del mondo, era buono, era vero. Io con la solitudine appresso, e la pista segnata del lume dei lampioni, fesso alone nell’aria densa, una tappa al bar e una birra. Mi allentavo il guanto, sbottonavo il guscio di lana, in mano il basco sembrava un gattino umido e malato. Fra le luci più solide e secche del locale inseguivo volti noti e no, sbarbatelli e ragazze carine, occhi poco convinti della realtà, bicchieri a mezz’aria, scintillanti drink – vorrei un cognac, anzi un armagnac; parlo un po’ con amici, in tralice vedo una che conosco, alzo la mano e cinque dita salutano.
Mi chiedo come possa starci, tutto il mondo in una testa sola, o in questa dozzina di teste che conto. Eppure, il mondo oggi mi sembrò raccolto e ripetuto in una bolla pop, al centro commerciale del mobile, dove fra i separés spuntavano ovunque angoli di incantevoli e caldi salottini, camerette, cucine e librerie con tante ä ö k che sbirciavano dai titoli. Come piccoli esempi di vite vivibili, delle proiezioni ideali del desiderabile, tutto lì, due passi ancora ed era Natale, alci e coccodrilli, tre passi, quattro e si era al ristorante. Ho notato la parola bio scritta in ogni plausibile spazio, in gabinetto non c’era ma pure dei cartelli consigliavano di fare questo e quello per evitare di nuocere all’ambiente. Forse c’era il suggerimento di usare le mani creativamente in luogo della carta, non lo so. Il risultato delle belle avvertenze, dei consigli accorati che si ripetevano e blateravano mi hanno reso l’idea di un mondo infetto, di una ipocrita maschera di parole, di un cadavere di cartongesso che velasse un’anima fuggita da tempo. Detesto le prediche ambientaliste, io che vi nutro amore sanguinante da quando in natura nacqui e in natura crebbi, con tutte le cadute i pugni le croste le ortiche calpestate, le api, le volpi rognose i pini escoriati i tronchi che nei boschi attorno a Wila venivano accatastati, enormi bestioni destinati alla segheria di Herrn Oberholzer (si sarà chiamato così?). Non ho mai gettato alcunché in terra, né sprecato invano, la bibbia la famiglia i miei l’educazione è servita a fare il suo effetto. Buon che sono fuggito in tempo, in tempo per non diventare svizzero, almeno in ispirito (la cittadinanza invece è complicatissima da ottenere, roba che ci han girato sopra uno sceneggiato, Schweizermacher). Be’ ora rientro dal mio volo pindarico, ho finito la birra, e risalutato Elisa e Claudio, me ne torno a sparire nella nebbia umidiccia, a pettinarmi i baffi e sistemare l’occhiale, premere il basco sulla testa, sopprimere un miagolio e uscire. Che calma…Gli spettri mi accompagnano fino a casa, su per la salita il respiro s’afforza e il passo si rianima, un saluto a Jean che partirà per Calais o Le Havre domani, lo vedo seduto sul marciapiede, aspetterà il tramvai dei mondi immaginari; oggi desidero abdicare da Principe e diventare Barone, guidare un battello per i canali di Francia, navigare per le acque interne verso Montecarlo e poi fermarmi, vicino a una locanda, giocare a carte coi vecchi bere vino innamorarmi. Ciao Jean vienimi a trovare, eh, non fare il solito mariuolo…andiamo a far bisboccia, cherchez la femme, eh già, bravo, bravo. Salutami chi sai tu, ciao ciao.
Rientro a casa, la poltrona è un placido oppio cui distillare altre vaghezze. Avrei fatto meglio a lasciar spento il televisore.
Paul          13.11.2015

JG[2]

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