Patrimonio Culturale, Res Publica: qui pro quo?

Sembrerebbe una questione banale, e invece per chi ama l’arte e vede nella Cultura qualcosa che debba essere messo  alla disposizione di tutti, diventa un problema, una questione da risolvere.

Sono studente di Beni Culturali, e mi piace ovviamente visitare i musei, così come anche le mostre e qualsiasi altro progetto conservativo ed espositivo con un senso culturale.

Secondo me cultura è sinonimo di comunità, così come la pensava l’ingegnere Adriano Olivetti, importante imprenditore italiano, fra i più importanti “padri” della macchina per scrivere moderna, nonché titolare della prima ditta al mondo ad avere inventato quello che noi oggi chiamiamo computer: la Olivetti di Ivrea.

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Olivetti infatti credeva in un’idea comunitaria della società civile, questo già più di cinquant’anni fa, per una diffusione della Cultura non solamente negli ambienti colti, ma estesa a tutta la popolazione: anche gli operai e i contadini di allora, analfabeti e illetterati, avevano diritto e bisogno di poter studiare, di trovare tempo “libero” – nel senso più autenticamente umano del termine – per poter migliorare sé stessi e la società, con la Cultura.

Questo un caso esemplare, genuinamente italiano, come tanti altri ce ne furono e ce ne sono, tutt’oggi, anche all’Estero.

Sulla scorta di queste considerazioni, e dell’esempio olivettiano, prende spunto la mia riflessione seguente.

So che esistono musei pubblici e musei privati, e che i privati per essere sostenuti e mantenuti hanno bisogno, pare, anche di un’ ulteriore entrata finanziaria (il biglietto) a quella che potrebbe essere già presente con un’apposita fondazione, che goda di sponsor e fornitori di risorse economiche oltre che materiali.

Molti ad esempio prendono come buono il “modello americano”, ma negli Stati Uniti la situazione è diversa: altresì complessa, come hanno più volte constatato anche addetti ai lavori quali il prof. Settis, il quale tutt’ora collabora con Los Angeles, dopo essere stato direttore del Getty Reseach di Malibù: una delle più importanti fondazioni affiancate ad uno dei maggiori musei del mondo.

Anche negli States infatti, nonostante si vada comunemente pensando che i musei siano più ricchi perché di gran lunga più visitati dei ‘nostri’, così come in tutte le altre parti del mondo, un museo non potrà purtroppo mai basarsi solamente sulle singole entrate  derivanti dall’acquisto di un ticket: pezzo di carta più o meno plastificata che comunque già solamente per il fatto di essere prodotto, e quindi stampato, necessita di essere pagato.

In questi ultimi anni il Governo Italiano sta adottando delle misure nei confronti del Patrimonio Culturale, potenziando di fatto il Ministero competente, appositamente creato, in evoluzione dall’ex Ministero del Tesoro, e quindi con un compito ed un’indipendenza quasi esclusive, motivazioni della creazione di un organo, in Italia particolarmente importante, qual è il Ministero dei i Beni e delle Attività Culturali e del Turismo: il MiBACT.

Obbiettivo di questo ministero “speciale” è di salvaguardare la conservazione e garantire la fruibilità al popolo.

Su di questa ultima proposizione coordinata mi soffermo però, poiché purtroppo pare che ci si trovi in una situazione di stallo, problema che va assolutamente superato.

Non solo infatti noi cittadini italiani necessitiamo di conoscere la nostra Storia plurimillenaria al meglio, attraverso un’istruzione il più perfettamente gestita, ma abbiamo anche il dovere morale di ‘sentire’ la Cosa Pubblica – perché Res Publica noi siamo – per poterla più efficacemente organizzare e amministrare, presentandola a noi stessi e al resto del mondo facendo sentire la voce della nostra vera Identità, in modo dignitoso, colto e magari anche elegante.

Serve un cambiamento sincero della Comunità Italiana.

L’Italia infatti, da “paese” come la si suole chiamare – a sproposito, in quanto Essa dovrebbe aspirare a credersi qualcosa di più di un semplice borgo – deve nuovamente risorgere in quanto realtà veramente comunitaria, aperta al prossimo e onesta prima di tutto con sé stessa: una Nazione.

Per fare questo è necessario ad esempio riconsiderare la questione fiscale come qualcosa di primariamente importante, al fine di garantire tutti i servizi nel migliore dei modi possibile, e per qualità e per valore.

Pensiamoci bene: siamo uno dei pochissimi stati al mondo che per legge garantisce così tanti, e tutto sommato buoni, Servizi Pubblici ai cittadini, e proprio per questo certi servizi devono essere trattati nel migliore dei modi, con la giusta considerazione che meritano.

Bisogna perciò condannare l’evasione fiscale una volta per tutte: è questa infatti uno dei veri problemi da sanare, con rigore e senso di responsabilità.

Perché nei Valori Repubblicani, che lo si voglia o no, per principio esiste la parità dei diritti e dei doveri rispetto alla Legge! E la nostra legge impone il pagamento dei contributi di ogni cittadino, senza alcuna differenziazione di sorta.

Per fare un esempio, mi arrabbio quando a Venezia vedo che non posso entrare nemmeno ai Frari a vedere l’Assunta di Tiziano – e così la stessa cosa vale anche per numerosissimi altri luoghi “pubblici”, patrimonio degli Italiani e dell’Umanità – e penso che “forse” è colpa di chi evade il fisco, e accede ugualmente ai miei stessi servizi per i quali non ha versato la sua parte.

È un concetto antichissimo, quello del pagamento dei contributi: un “patto” fra i cittadini che ha origine nel Diritto Romano, con radici ancora più antiche, segno della vera Virtù Civile di un popolo.

È invece un crimine, quello dell’evasione fiscale, che colpisce gravosamente i servizi del Popolo Italiano, fra i quali ci sono per l’appunto anche i musei, chiese, riserve naturali e tutte le bellezze di interesse culturale che sono tutelate dall’Articolo 9 della Costituzione della Repubblica Italiana, il quale recita chiaramente:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Questi Luoghi della nostra memoria collettiva, che raccolgono la nostra storia, dovrebbero accoglierci gratuitamente.

Ma perfino uno studente di Beni Culturali è, di fatto, discriminato rispetto a questa questione, e si trova ad essere “lasciato entrare”, con una certa ipocrisia, solo in seguito al pagamento di un “ridotto studenti”.

Se devo studiare l’Arte devo vederla dal vivo. Non sarebbe perciò il caso di fare entrare gratis almeno chi studia tale soggetto, al fine di potervi accedere più spesso, e in qualunque momento dell’orario di apertura?

Per il momento, non possiamo fare altro che alzare un poco la nostra voce: bisognerebbe parlarne di più.

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