Al cinema Orfeo, sedici dicembre duemilaquindici

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Entro in sala, mi siedo su una comoda poltrona rossa, su uno sfondo nero stellato scorre una scritta gialla dal basso verso l’alto, l’effetto è come se la scritta andasse a scomparire nell’universo, la musica in sottofondo è a tutti gli effetti un classico delle colonne sonore.
Il testo parla di un certo Luke.
L’immagine si stampa sul telo alla risoluzione 4K, mai vista un’immagine così dettagliata. L’audio digitale Dolby Sorround 7.1 avvolge tutti con un complesso di centotrentasei casse altoparlanti. Le scene sono quadri che si sovrappongono uno sull’altro, il minimo particolare definito, il millimetro è calcolato. L’inquadratura è ferma, solida, gli effetti speciali indistinguibili dalla realtà.
Quarant’anni fa poteva sembrare fantascienza, ora è fattibile con un computer più piccolo di quello che avevano allora…

Come inizia il film seguo attentamente ogni istante, non voglio perdermi un attimo del nuovo capitolo…
Con la prima inquadratura nasce in me un sospetto, dal primo dialogo questo cresce, il fare dei personaggi lo incoraggia, ma tento di convincermi che sia falso (Guerre Stellari è pur sempre Guerre Stellari), la prima battuta humoristica lo conferma.
Per tutto il film ho cercato di cogliere un ricordo di quell’emozione che mi regalava Star Wars, niente da fare, il film si è rivelato come i primi sospetti temevano: quel gusto difficile da definire -determinato da una discriminante che non colgono tutti- riscontrabile nella maggior parte delle odierne produzioni hollywoodiane ha prevalso.
Le scene sono dinamiche, troppo. Troppo il patetismo nella recitazione. I dettagli delle scene le rendono talmente realistiche da farle vicine. Le musiche accompagnano ininterrottamente ogni minimo accadimento, troppo. I dialoghi sono vuoti, facili. La quantità è fondamentale.
Il dinamismo non ha quiete. La recitazione esprime forti emozioni ma traspare la mancanza di un loro motivo. L’ambientazione è esotica, ma non è una galassia lontana. Non è musica senza silenzio. Le parole sembrano uscite dalla bocca dello stereotipo.
Semplicemente comune, ogni cosa, come un velo nero scivola in terra da ciò che copre, perde il suo fascino. Sotto il vuoto.

Nei primi cinque giorni l’incasso mondiale si stima che si aggiri intorno alla cifra di cinquecentodiciassette milioni di dollari.

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