Rapporto su un’esperienza universitaria · Venezia · Seminari di critica d’arte 2014/2015 – parte I: L’INCISIONE VENETA NEL CINQUECENTO

Tratto dai seminari di critica d’arte tenutisi a Venezia nel corso dell’Anno Accademico 2014/2015, curati da Maria Chiara Piva e Sergio Marinelli, con la partecipazione di Giorgio Marini, Alessandro Morandotti, Martina Frank e Orietta Rossi Pinelli 

di Aurora Perin

 

Il ciclo di lezioni svoltosi a Venezia, presso l’Università Ca’ Foscari, tra la sede del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali di Malcanton Marcorà e le Gallerie dell’Accademia, nei mesi di novembre e dicembre 2014 e marzo 2015, è stato organizzato dai professori Maria Chiara Piva e Sergio Marinelli.

 

Parte I – L’incisione veneta nel Cinquecento

 

Durante la prima lezione, in data 13 novembre 2014, nell’aula seminari di Malcanton Marcorà, è stato trattato il tema, tramite la spiegazione del professor Giorgio Marini, dell’incisione veneta nel Cinquecento.

Presenti anche la professoressa Piva, il professor Marinelli e la professoressa Martina Frank.

 

La lectio si è sviluppata partendo dalla considerazione del come l’incisione veneta fosse poco documentata – con l’eccezione di Vasari, che ne parla nelle Vite – fino a quando tra Ottocento e Novecento una mostra ha consentito la sua riscoperta.

Si è parlato dell’importanza dell’incisore veneziano Andrea Schiavone, che ha lasciato alcune opere di pregio, tra le quali alcune copie di quadri del Parmigianino, attualmente custodite presso la biblioteca Marciana.

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Andrea Meldola detto “Schiavone”, Annunciazione. Incisione, London, The British Museum

Un secondo importante incisore operante per Venezia fu Jacopo de Barbari – il cui cognome lascia presumere un’origine nordica. Questi nel Cinquecento realizzò una veduta “a volo d’uccello” della città, talmente precisa e grande, da essere poi utilizzata come mappa di riferimento fino al XIX secolo.

 

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Jacopo de’ Barbari, Veduta di Venezia. Xilografia su sei fogli, Venezia, Museo Correr

Altra interessante incisione, sempre del medesimo autore, mostra una fanciulla trasformata in fonte da un giovane tritone: questi voleva difenderla dagli interessi sessuali di un gruppo di satiri. Vi è in questo caso un richiamo alla città di Mantova, il cui richiamo è relative alla palude ove è ambientata la scena.

L’incisione più documentata, commissionata dal senato veneziano, fu realizzata con la tecnica della xilografia da Ugo da Carpi, e rappresenta “Il sacrificio di Abramo”.

L’artista aveva iniziato la sua attività a Venezia nel 1510, preparando disegni in chiaroscuro per la chiesa dei Frari.

Un altro suo disegno, perduto, raffigurava invece un’Annunciazione per la chiesa di Murano.

Ci si è concentrati poi su uno dei capisaldi della pittura veneziana del Cinquecento.

Tiziano, anch’egli di terra veneta, era noto per trasportare tutti i suoi dipinti in incisioni, in modo da renderli più noti.

Fu proprio lui l’autore della più grande incisione finora realizzata, “La sommersione del faraone”, distribuita in dodici fogli, per una lunghezza complessiva di due metri.

Allo stile di del Vecellio si rifanno le incisioni su lastra – in cui le figure sono tracciate tramite piccoli puntini, ottenuti battendo un punzone sulla lastra, poi cosparsa di inchiostro – ad opera di Giulio Campagnola.

Di lui Vasari nomina un disegno e gli attribuisce la prima matrice in legno, oltre ad un’incisione del 1509 commemorante le sventure di Venezia nella battaglia di Agnadello.

Già Mantegna, a Mantova, verso la fine del Quattrocento, aveva prodotto una decina di incisioni a bulino su rame, di grande effetto, una delle quali raffigurava una scena di battaglia. La particolarità di questo disegno sta nel fatto che, per la prima volta, viene posto un tritone sul bordo marginale, motivo che sarà largamente ripreso in seguito.

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Andrea Mantegna, Zuffa di dei marini. Incisione a bulino e puntasecca su carta, 28,3×82,6 cm. Collezioni del Duca di Devonshire e Chatsworth Settlement Trustee, Chatsworth

Il già citato Parmigianino creò disegni che entrarono in possesso di Nicolò Vicentino, in seguito al sacco di Roma.

A Venezia passarono inoltre i bolognesi Carracci, lasciandovi le loro incisioni (e qui Agostino lasciò pure un figlio!).

Altro veneziano che degno di nota per questo genere di opere è Battista Franco – copiato da Michelangelo, il quale ammirava la solidità dei suoi soggetti classici.

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Battista Franco, incisioni da bassorilievo dell’Arco di Costantino

Nell’entroterra veneto, la città di Verona poteva vantare due famiglie di incisori: i Fontana, le cui opere finirono in una collezione principesca ad Innsbruck e i Falconetto, di cui uno degli ultimi discendenti, Angelo, fu un famoso acquafortista e incisore di quadri in stile nordico, così definiti per il modo in cui erano disposti i punti chiari e quelli scuri; un esempio sono le sue quattro stagioni.

Le incisioni sono originali quando sono fatte da un certo artista come opera a sé.

Si tratta invece di riproduzioni nel caso in cui l’opera avvenga in copia ad un quadro – anche se il quadro fosse dello stesso artista, come nel sopracitato Tiziano – o un’altra incisione.

Erano in particolar modo i mercanti d’arte a chiedere le incisioni, in quanto era più facile venderle e soprattutto produrle, diventando poi disponibili in maggior copia.

Va inoltre notato come i “turisti” dell’epoca portassero a casa più volentieri un’incisione che un quadro, in quanto, salvo alcune eccezioni, erano di dimensioni ridotte.

La maggior parte delle case dell’epoca non possedeva grandi superfici parietali su cui appendere quadri, quindi diventavano un modo economico per arredare gli interni.

Le stampe – un altro nome attraverso il quale erano conosciute – permettevano anche di ridurre il rischio di plagio dei quadri originali, all’epoca molto frequente. Tuttavia le date di esse sono spesso difficili da stabilire, poiché gli autori tendevano a lasciarle sul retro della matrice.

Venivano ottenute mediante l’utilizzo del torchio orizzontale, che permetteva di realizzare superfici più larghe, esercitando minor pressione, oppure quello verticale, che garantiva maggior pressione e quindi precisione, ma non poteva essere impiegato per superfici troppo ampie, costruiti in rame.

Le matrici erano di rame punzonato – poco frequenti, per i costi di reperimento del materiale – o legno scolpito: si sceglievano pero, melo, o bosso, per la loro durezza.

Le incisioni richiedevano meno tempo di un quadro, ma si svolgevano comunque in cinque fasi, specie se bisognava impiegare matrici diverse.

Solitamente si scolpiva una tavola di legno, sulla quale si erano precedentemente tracciati i disegni a matita, che veniva poi cosparsa di inchiostro e pressata col tornio su un foglio di carta : le zone scolpite sarebbero rimaste bianche, mentre le parti inchiostrate sarebbero andate a formare il disegno vero e proprio. Poi si lasciava asciugare.

Questa tecnica era detta xilografia.

A volte, per dare maggior risalto all’immagine, veniva usata una carta azzurra, a base di farinacei. Per la lastra di rame punzonata semplice, si usava lo stesso processo.

Altra tecnica sviluppata era invece quella dell’acquaforte, nella quale l’uso di un acido durante la scalfittura della lastra, cambiava la profondità con cui la lama segnava la seconda, lasciando delle barbe metalliche sui contorni; inoltre l’acido non andava via del tutto, legandosi quindi con l’inchiostro posto successivamente, che assumeva tonalità diverse.

La stampa finale inoltre, presentava linee più sfumate. Ben presto tale effetto superò il gusto per la semplice incisione.

Stampe e matrici crebbero sempre più di importanza, tanto che il loro furto era estremamente deplorato, come testimonia una lettera del duca di Mantova.

In casi particolari si donavano persino come dote collezioni di stampe, poiché erano considerate patrimonio durevole. Nel caso in cui poi queste venissero commissionate da personaggi politici importanti, diventavano anche patrimonio storico.

Oggi in Italia non viene più data molta importanza alla produzione e pertanto il mercato delle stampe è attivo in misura minore.

Tuttalpiù si svolge attività di catalogazione, così come dimostra il manuale “Tiziano e la silografia veneziana del Cinquecento”.

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