Rapporto su un’esperienza universitaria · Venezia · Seminari di critica d’arte 2014/2015 – parte II: GLI STORICI DELL’ARTE E IL MERCATO D’ARTE

Tratto dai seminari di critica d’arte tenutisi a Venezia nel corso dell’Anno Accademico 2014/2015, curati da Maria Chiara Piva e Sergio Marinelli, con la partecipazione di Giorgio Marini, Alessandro Morandotti, Martina Frank e Orietta Rossi Pinelli

di Aurora Perin

Il ciclo di lezioni svoltosi a Venezia, presso l’Università Ca’ Foscari, tra la sede del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali di Malcanton Marcorà e le Gallerie dell’Accademia, nei mesi di novembre e dicembre 2014 e marzo 2015, è stato organizzato dai professori Maria Chiara Piva e Sergio Marinelli.

 

Parte II – Gli storici dell’arte e il mercato d’arte

 

La seconda lectio si è svolta il giorno 27 novembre 2014, sempre nella sede di Malcanton Marcorà, alla presenza del professor Marinelli e della professoressa Piva, i quali hanno invitato l’ospite Alessandro Morandotti a parlare di alcuni episodi “di ieri e di oggi” riguardanti gli storici dell’arte e il mercato artistico.

 

Come primo esempio lo storico ha citato il caso dei quadri realizzati da Michelangelo Merisi – detto Caravaggio – per il cardinale Scipione Borghese, i quali dovevano servire a ingraziarsi il favore di quest’ultimo, nel processo che si teneva a Roma per l’omicidio commesso dal Merisi, prima della sua fuga.

I quadri, depositati temporaneamente in casa di Costanza Colonna, protettrice di Caravaggio, non giunsero mai al cardinale, e quando questi, dopo la morte del pittore a Porto Ercole, li reclamò, gli fu detto che uno solo era ancora lì, superstite, mentre gli altri erano stati dispersi.

 

 

Due di essi sono presenti nel libro “Caravaggio vero” del prof. Claudio Strinati e, secondo l’autore, uno raffigura il vero Giovanni Battista, mentre l’altro è un ritratto rielaborato del pittore. Nel libro vi è anche un’altra opera raffigurante un giovane sdraiato su un panno rosso.

Quest’ultimo pezzo sopra citato, nonostante presenti una resa meccanica del panneggio, specie vicino alla coscia, è stata assegnata al pittore.

Tuttavia resta spazio per i dubbi, poiché lo storico dell’arte ha effettuato l’attribuzione in base alla ricerca filologica.

L’idea di Strinati ha poi perso in quanto a credibilità, poichè lo studioso avrebbe difeso l’attribuzione di un presunto ritratto di Machiavelli ad opera di un allievo di Vasari.

Ricerche più serrate hanno dimostrato come tale quadro non solo non ritraesse il grande scrittore, ma non era neppure della scuola del Vasari.

Lo scandalo sollevato dimostrò che la filologia, unita alla storia dell’arte, porta talvolta a scambiare per originali le copie, anche se di scarso valore.

Altra prassi adottata da artisti e mercanti d’arte seicenteschi era quella di attribuire nomi noti a tutti i quadri anonimi di stile pregevole. Un esempio è un’Annunciazione di Lelio Rossi attribuita al Correggio perché “dipinta molto bene”. Sorprendentemente anche le Accademie consentivano questa possibilità . Ma i veri esperti si scagliavano ferocemente contro questi presunti “dilettanti d’arte”, che favorivano la creazione di falsi e insistevano sull’importanza della corretta “expertise”, cioè l’attribuzione, che doveva essere rigorosamente oggettiva e non rifarsi solo al parere degli antiquari o della visione collettiva.

Uno in particolare, Giulio Mancini, suggerisce di guardare con freddezza e a distanza le opere d’arte, perché così si distinguono gli originali dai falsi. In una lettera al fratello aggiunge di non far entrare nessuno in casa, per non far copiare i quadri, e di prestare attenzione agli artisti che mitigano la vivacità dei colori con “fumo di paglia bagnata”; inoltre, di osservare bene i dipinti, specie nella resa di capelli, occhi e panneggi, poiché gli originali presentano, in essi, linee più morbide.

Nella storia dell’arte – e dei falsi – non sono stati pochi i casi di pittori come Terenzio Terenzi detto il Rondolino, talmente abili a copiare, da arrivare ad attribuirsi anche opere non loro, come fece lui con Raffaello… si sono distinti persino falsari talmente disonesti da usare persino tavole e supporti vecchi per le loro copie.

Nonostante tutto, erano proprio i copisti più abili ad essere richiesti dalle famiglie nobili, per ottenere quadri che altrimenti non avrebbero potuto figurare nelle loro gallerie.

Alcuni nomi forse un tempo insospettabili : gli Este dell’Isola Bella, che assunsero Paolo Cazzaniga, alla fine del Seicento, per la loro Galleria, nella quale dovevano trovarsi copie dei dipinti più famosi, come il ritratto di Vitaliano VI d’Este, “La notte” del Correggio – in cui i visitatori notavano però l’assenza della luce dorata originale – e un “Cristo morto sorretto da angeli” del veneziano Loth.

Per quest’ultimo la copia accrebbe la fama a tal punto che gli fu assegnata una tela raffigurante il combattimento di Ercole con l’Idra.

Il secondo è invece Francesco Algarotti, la cui passione per i falsi giunse al punto di far passare, a Venezia, opere di Tiepolo per quelle di Veronese, tanto che, per lungo tempo, la pittura del primo fu identificata come una fase successiva del secondo.

Francesco_Algarotti_(Liotard)

Un altro scandalo diventato famoso fu quello riguardante una Madonna presente sia a Dresda che a Francoforte, perché copiata. Alla fine la dolcezza delle linee presente nel dipinto di Francoforte rivelò che esso era l’originale.

Nell’Ottocento si dibatteva se chiedere il parere di Carlo Maratta, famoso conoscitore d’arte – questo termine nacque nel Seicento per indicare tutti coloro che si dilettavano a dare attribuzioni e significati particolari alle opere d’arte, in base alla loro cultura personale -, per decidere l’attribuzione di un quadro tra Correggio e Orsini; conoscendo l’influenza della sua opinione, si scelse infine di non lasciarlo esprimere e il quadro fu aggiudicato a Correggio. In seguito lo stesso Maratta non seppe dare una conferma precisa. La critica moderna, sul fronte di nuove ricerche, l’ha però riassegnato ad Orsini.

Carlo_Maratta_-_autoritratto

Nel Novecento Roberto Longhi, con la collaborazione di John Duveen ed Elsa De Giorgi, vendette molte copie di quadri, specialmente di Raffaello, ma senza disdegnare Correggio e Bellini, a numerosi collezionisti americani, certificandoli come originali. Ed essendo Longhi un rinomato critico d’arte, poteva permettersi di chiedere prezzi molto alti. Soldi che venivano spesi e persi in gran parte sul tavolo da gioco.

Ma il mondo del mercato dell’arte non è tutto marcio: sono infatti esistiti anche numerosi copisti che hanno usato il loro lavoro per far giungere fino a noi opere importanti, che altrimenti sarebbero state perdute per sempre, riportando anche il nome dell’autore originale, e mercanti d’arte onesti che vendevano – e tutt’ora vendono – le copie, con il certificato che dimostrava la loro non autenticità.

Anni di studio sul collezionismo hanno aperto gli occhi sui rischi del mestiere e sulla necessità di regolamentare le aste d’arte.

Ora le attribuzioni sono fatte solo sulla base del parere di un consesso di studiosi esperti, consapevoli che una descrizione sbagliata può far passare un quadro per un altro o peggio, per una copia. Le ricerche sono diventate più meticolose, svelando ad esempio che Marco Boschini, nel suo catalogo, ha fatto passare pitture di Pietro Vecchia per autografi di Giorgione.

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Attualmente, la critica d’arte vanta nomi importanti : uno fra tutti, Tomaso Montanari.

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