Il futuro della tutela: che fare ?

Tratto dalla giornata di studi

“Il futuro della tutela: che fare ?”

a cura di Maria Chiara Piva e Sergio Marinelli, Venezia, Cà Dolfin, Aula Magna Silvio Trentin, 19 novembre 2014

 

Di Aurora Perin

In passato, e talvolta ancora oggi, si tende ad usare il termine “tutela” per indicare sia la conservazione che il restauro di un manufatto artistico.
Premesso che per restauro si intendono tutti gli interventi volti a salvaguardare la leggibilità del significato dell’opera d’arte e, quando possibile, la sua integrità e per conservazione si intendono l’attenzione, a livello giuridico e personale, finalizzata a far sopravvivere, nel miglior modo possibile, tale opera nel tempo, ci si chiede in che modo tali operazioni portino ad un’effettiva tutela.
Oggi, gli interventi di Andrea Alberti, Luca Majoli, Marco Collareta, Angelo Mazza, Cecilia Frosinini, Giuliana Ericani, Marta Mazza e Luca Caburlotto hanno tentato di rispondere a questa domanda focalizzando l’attenzione degli studenti presenti sull’importanza del concetto di valore nella tutela, la storia delle soprintendenze, degli archivi e del catalogo, descrivendo un esempio di tutela a Pisa, portando in luce il caso particolare dell’Emilia Romagna e delle Fondazioni, del futuro del restauro e dell’importanza dei musei nella tutela, come viene vista la tutela al giorno d’oggi e come effettivamente si dovrebbe tutelare.
Le posizioni sono state mediate dalla professoressa Maria Chiara Piva e dal professor Sergio Marinelli, docenti dell’Università Cà Foscari di Venezia.
La discussione si è svolta nella bella sala grande di Cà Dolfin, i cui affreschi di Nicolò Bambini, commissionati da Daniele IV Dolfin, sono stati recentemente restaurati da una équipe di Cà Foscari.
Si è scelto di porre anche la domanda “che fare ?” perché i finanziamenti ridotti e la passività della politica nell’affrontare il tema “tutela” stanno mettendo a grave rischio la conservazione del nostro patrimonio artistico nazionale, uno dei più ricchi al mondo.
Anche le nuove generazioni e i media risultano poco o male informati, eccettuati coloro che fanno utilizzo di internet e social network.

 

Luca Majoli ha parlato dell’importanza del catalogo e delle Soprintendenze territoriali e nazionali nella tutela delle opere d’arte, in quanto la conoscenza di ciò che si possiede permette un’operazione di controllo costante, specialmente se viene svolta in collaborazione con le Università.
E’ stato ricordato il primo catalogatore, Antonio Maria Zanetti, il quale nel Settecento pubblicò la raccolta delle pitture di Venezia e delle isole vicine. Si è poi delineata l’evoluzione del catalogo, a partire dalla legge Nasi del 1902, che prevedeva l’inserimento in catalogo dei “beni di sommo pregio”, passando per la legge promulgata da una studiosa romana per bloccare l’esportazione delle opere d’arte, dunque per la legge dei giacimenti culturali del veneto e creando un Centro Nazionale per la Catalogazione, mostrando come dall’iniziale raccolta di fotografie e appunti si sia arrivati alla creazione di schede in formato digitale.
Inoltre è stata stabilita la differenza tra decentrazione e decentramento.
Dagli anni Novanta si è iniziato a catalogare anche i beni ecclesiastici. Nonostante il grande lavoro finora svolto, si spera si aggiungano altri catalogatori a quelli già presenti per proseguire con successo.

A sua volta Andrea Alberti ha spiegato come il concetto di valore della tutela sia interpretato in base al contesto storico e come la percezione si sia differenziata dall’Ottocento in poi. Deplorando in particolare il fatto che la filosofia di vita dei nostri tempi sia incentrata più sul presente e sul futuro, che sul passato, e che i termini di “tutela” e “valorizzazione” siano usati come sinonimi.
Citando l’esempio del duomo di Siracusa – a partire dal VII secolo avanti Cristo – che raccoglie in sé sia i resti del tempio di Atena che le modifiche apportate durante il domino bizantino, musulmano, normanno e tardo-spagnolo. In questo caso la tutela è stata data dall’uso.
Ha poi citato il Medioevo come età in cui si guardava al passato e il Settecento, dove i disegni degli artisti si sono rivelati efficaci strumenti di conservazione di opere che non sempre sono riuscite a giungere fino a noi.
Si è sottolineato come l’arte fosse stata un utile strumento per la creazione dell’identità nazionale nell’Italia da poco unificata e come fosse importante che nei seggi politici fossero presenti letterati e artisti di calibro, quali ad esempio Carducci.
Le scelte politiche non sempre hanno tutelato i monumenti storici, come nel caso di Bologna, dove parte delle mura furono abbattute per creare una circonvallazione, o a Roma, dove il regime fascista fece sostituire Via della Spina con il Viale Concordia, togliendo l’effetto teatrale creato dal Bernini in Piazza san Pietro.
Definitasi la differenza tra monumento e bene culturale, è stata rimarcata l’importanza della conservazione per garantirne l’integrità, insistendo sulla necessità di regolamentare il lavoro dei restauratori e nel far rispettare la suddivisione dei vari ruoli da parte delle Soprintendenze.

Marco Collareta, docente dell’università di Pisa, ha gettato uno sguardo sulla situazione nella propria città, in cui la politica ha spesso cercato di imporre le proprie scelte a discapito dei membri della Soprintendenza.
Un esempio fu quando il sindaco affidò una piccola manutenzione cittadina all’associazione Amici dei Musei, dopo aver informato il prefetto regionale, senza tuttavia consultare la Soprintendenza.
Ciò suscitò le proteste di un’altra associazione culturale, che fece sentire la sua voce in tutta Italia, fino a far ammettere al prefetto che il documento di consenso firmato era illegale. Questo perché solo chi ha le competenze può effettuare un restauro. E fortunatamente su queste ultime la politica non ha ancora potuto – e si spera non lo faccia mai – mettere le mani!
Ma spesso la si lascia fare poiché è l’unica che fornisce i finanziamenti.
Tuttavia bisogna imporsi e non lasciarsi abbattere, tenendo sempre presente l’articolo 9 della Costituzione Italiana e la legislazione finora fatta sulla tutela dei beni artistici, letterari e culturali.

Angelo Mazza ha spiegato il delicato ruolo delle Fondazioni nella tutela, portando il caso dell’Emilia Romagna.
Qui, a Bologna, si trova la fondazione “Torre del Tempo” con sede a Palazzo Pepoli, che nell’ultimo decennio ha acquistato solo opere del Novecento, ora esposte in una mostra assieme a quelle del Cinquecento e del Seicento.
Un’altra fondazione si trova nella città di Forlì.
La fondazione Cassa di Risparmio, sempre a Bologna, possiede una collezione di disegni fatti da un suo impiegato sull’aspetto della città negli anni passati e inoltre gestisce le collezioni di Palazzo Fava, della Chiesa di Santa Cristina e di Santa Maria della Vita.
C’è anche la fondazione Tagliavini, che possiede ottantasei strumenti musicali, antichi e moderni, di cui alcuni meccanici.
Le Fondazioni sono create dalle banche e sono spesso d’aiuto nel finanziamento di musei e gallerie d’arte, collaborando in questo con lo Stato. Ma una pecca sta nel fatto che, essendo in buona parte private, non permettono il restauro delle opere custodite al loro interno.
In altri casi la loro cattiva gestione porta all’incameramento dei soldi destinati alla fruizione e conservazione delle loro opere d’arte.
Cecilia Frosinini, dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze, ha indagato i significati di “conservazione” e “restauro” nelle leggi finora attuate. Ella ha fatto notare come, nel comma 4 del codice della tutela, lo studio dei beni culturali non sia compreso come parte delle operazioni di restauro e come invece sia stato riconosciuto il ruolo del restauratore, equiparando il titolo di studio dato dalle SAF (Scuole di Alta Formazione) alla laurea magistrale, attuando anche un processo di accreditamento dei corsi di studio per restauratori, tramite la commissione interministeriale MIUR-MIBACT, per consentire, oltre al lavoro, anche l’insegnamento.
Mettendo in luce le falle del decreto “sblocca Italia”, il quale prevede, tra le altre cose, che sia un commissario e non le soprintendenze a decidere se si può o meno costruire sopra ad un bene culturale e il “silenzio assenso” in caso di mancanza di pronuncia.
Il restauro poi, oltre a dover ricorrere ancora al codice d’appalti per procedimenti delicati come quello della diagnostica, viene compreso solo nelle procedure d’emergenza, mentre la conservazione si attua come mero studio del rapporto clima-opera.
Ha inoltre citato il caso di Firenze, dove si era pensato, per conservare e attirare turisti, di pavimentare Piazza della Signoria con marmo e cotto come nei secoli passati o di mettere il celebre Davide nella stazione.

La parola dunque è passata a Giuliana Ericani, direttrice dei Musei civici di Bassano del Grappa, la quale ha spiegato come queste istituzioni non lucrative possano contribuire alla tutela, pur non svolgendola direttamente.
I musei attuano un compito importante nelle comunità in cui si trovano, poiché permettono l’acquisizione, la conservazione, l’esposizione e lo studio del loro patrimonio, che viene reso accessibile a tutti, secondo quanto è definito dall’articolo 35 del Codice dei Beni Culturali e dallo statuto dell’ICOM riconosciuto dall’Unesco.
Inizialmente divisi in civici e naturalistici, i musei sono stati riformati negli anni Settanta del secolo scorso, prendendo il nome di “ecomusei”, ordinati secondo l’interesse – antropologico, naturalistico, scientifico, artistico.
L’articolo 39 stabilisce che il museo deve essere anche un luogo di diletto.
I musei permettono la tutela del patrimonio perché lo mantengono vivo e presente a tutte le generazioni, purché queste continuino a manifestare interesse per il loro passato.
A volte capita infatti di trovare musei chiusi per mancanza di fondi. Si spera però che le novità della riforma prevista dal ministero (spending review, equiparazione tra musei pubblici e privati, civici e nazionali) porti qualche beneficio in più.

Marta Mazza ha invece tentato di delineare uno sguardo contemporaneo sulla tutela. La rete di ricerca virtuale (Internet e affini) può aiutare a conoscere l’ubicazione e lo stato di conservazione dei beni culturali, ma essendo estesa su scala mondiale, può anche essere portatrice di informazioni false.
Bisogna quindi creare un sistema, su questo fronte, che permetta l’accesso a fonti sicure e che consenta di monitorare in modo immediato e costante sia il patrimonio nazionale che internazionale.
Inoltre, a livello di intervento diretto sul territorio, è necessario modificare l’attuale struttura “a canne d’organo” cioè per gerarchia verticale, introducendo anche la collaborazione orizzontale, cioè tra soprintendenze, musei, fondazioni, università e istituti scolastici professionali.
Nonostante tutto ciò, le recenti scelte politiche hanno attuato forti tagli ai finanziamenti destinati al campo della tutela e della conservazione, costringendo le soprintendenze a discernere tra ciò che può essere conservato e ciò che, purtroppo, va lasciato andare.
Una nuova commissione Franceschini, riprendendo il programma iniziato nel 1964 dall’omonimo ministro, vuole cambiare la definizione di bene culturale, ma non è ancora ben chiaro come. Ogni luogo, infatti, racchiude in sé strati di importanza storica e culturale, perciò bisogna avere uno sguardo dinamico per apprezzarne e valorizzarne la bellezza.
Secondo le nuove direttive europee non si potrà più restaurare con i fondi internazionali, ma ogni paese dovrà creare le proprie risorse dall’interno, cercando di mantenere il più possibile la continuità tra gli interventi di restauro e conservazione.
Peccato che tra le misure previste sia presente anche la riduzione del personale dedito alla tutela!

Luca Caburlotto, soprintendente per i beni artistici del Friuli Venezia Giulia, ha introdotto la sua opinione sul tema tutela, cercando innanzitutto di far capire chi stabilisce i valori tramite cui essa viene attuata.

Ha spiegato che il nuovo decreto normativo consentirebbe di restaurare qualsiasi cosa, ma lascia la decisione su cosa va restaurato alle soprintendenze, viste come “genitori del popolo”.
Ma il loro diritto di parola è ancora molto limitato, perché viene data più importanza alle decisioni del senato e delle magistrature.
Questo porta spesso ad una tutela non adeguata o comunque rivolta più all’uso commerciale del bene restaurato, che a una sua vera e propria conservazione. Inoltre il lasciare poca parola ai cittadini aumenta la sfiducia di essi verso lo stato.
Viene quindi riproposta la soluzione ipotizzata dalla dottoressa Mazza, ovvero la sussidiarietà verticale e orizzontale tra enti di tutela regionali (musei, fondazioni) e nazionali (soprintendenze e ministero).
Infine ha esposto l’opinione che, prima di tutto, la tutela è un’azione amministrativa e le soprintendenze hanno la possibilità di bloccare, almeno a livello burocratico, le scelte politiche che vanno contro di essa.

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