I colori della passione, Polonia-Svezia, 2011, di Lech Majewski

The_Mill_and_the_Cross

Se la trasposizione di opere cartacee e non è oggi un’operazione comunissima è anche perché spesso manca un pizzico di audacia autoriale nel proporre nuove storie o nel cambiare il modo in cui narrarle. Pertanto la scelta del regista Lech Majewski di trasporre sul grande schermo la Salita al Calvario, dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio datato 1564, appare subito particolare, se non controproducente in termini di incassi. Ma Majewski è polacco, quindi figlio di un panorama attento all’estetica e alla qualità del prodotto più che al mero guadagno e questo film ne è la piena conferma. Non che l’arte al cinema non sia mai stata trattata; si pensi, ad esempio, allo stile di Jean Renoir, a Barry Lyndon di Stanley Kubrick o al più recente La ragazza con l’orecchino di perla di Peter Webber. Quello che però contraddistingue il film di Majewski da questi o altri e che lo rende originale non è soltanto la volontà di creare realmente un quadro in movimento, bensì ricreare nel suddetto quadro la sua genesi. Vediamo il grande Rutger Hauer impersonare Bruegel e discutere con il suo committente dell’occupazione spagnola delle Fiandre e delle soluzioni pittoriche da adottare per rappresentarla. Ed è anche per questo che i gesti e i drammi quotidiani di alcune delle più di cinquecento figure ritratte si riempiono sempre più di significato fino ad incarnare l’intera umanità nella rappresentazione finale della crocifissione, dove il pittore cederà il testimone del comando al mugnaio/Dio: il tempo si ferma, si assapora il macinato prodotto, un raggio di sole risplende “sulle sciagure umane” e la recita riprende giusto in tempo per far calare il sipario sul mondo. Termina così The Mill and the Cross, titolo tradotto con un bello ma semplicistico I colori della passione. Il mulino e la croce sono infatti visivamente e concettualmente gli elementi cardine della tela, essendo entrambi simboli della vita e della morte, del bene e del male, di Dio e del pane della vita. Tuttavia in mezzo alle varie faccende e attività la morte del Cristo non sarà più importante di quella di un uomo comune ucciso e dato in pasto ai corvi lì vicino e tutti se ne dimenticheranno presto (“E la luce risplende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” – Giovanni 1,5) o la ignoreranno completamente (indifferenza simile a quella della Caduta di Icaro, altra pittura di Bruegel risalente al 1558). In ogni caso a noi spettatori è concesso scorgere Gesù in mezzo alla folla e Majewski ci permette di sfruttare tale possibilità solo se accettiamo di calarci nei panni di osservatori del XVI secolo, che vivono e conoscono già il contesto socio-politico (che il film non analizza) e che hanno osservato i lavori precedenti del maestro olandese. E lo fa pure con maestria curando, oltre alla regia, il reparto fotografico e sonoro. Nel primo caso con una cura minuziosa degli sfondi bidimensionali ottenuti tramite CGI e delle tonalità rosse e marroni da porre in risalto al grigio del cielo e al verde delle pianure, nel secondo adottando una score minimalista e lasciando posto alla soundtrack composta dai rumori della natura. Il risultato è un magnifico incantesimo che si regge sui “sovrumani silenzi” negli “interminati spazi” fiamminghi e che lascia spazio alla contemplazione e alla riflessione personale. Majewski è entrato appieno nel mondo e nella mentalità di Bruegel seguendo il libro dello storico dell’arte Michael Francis Gibson The Mill and the Cross e ci ripropone in modo impeccabile l’esperienza accompagnandoci direttamente nel quadro, inquadrato soltanto nel finale per ricordarci che tutto è finzione e che è tempo di tornare alla realtà, anche se arricchiti nel cuore e nella mente. Da far vedere in ogni scuola, dai licei alle accademie d’arte.

 

Voto: 8/10

 

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