La memoria infranta, il martirio del patrimonio culturale nei luoghi del terremoto

Qualche settimana fa mi è capitato, mentre ero in ufficio da mio zio a fare delle fotocopie di libri per l’università, di parlare con un collega che dedica parte del suo tempo al volontariato. Già in seguito al sisma che nel 2009 colpì L’Aquila, era andato nei luoghi del terremoto, incontrando molte persone che avevano perduto la propria casa, e in alcuni casi anche il paese dove vivevano.
Tra le loro preoccupazioni, emergeva, veramente molto sentito, il problema riguardo a come si possa, e se sia effettivamente possibile, riuscire a salvare il patrimonio culturale; le case, i palazzi, i monumenti e le opere d’arte sempre più a rischio per via dell’imprevedibilità simili eventi.

Mi ha chiesto cosa ne pensassi anche io, da studente di Beni culturali.

Da principio ero imbarazzato: non mi ero ancora mai fatto un’idea propriamente sull’argomento; del resto, gli interventi e le opinioni a riguardo sono state numerose e molte autorevoli, da parte dei massimi esperti del settore, e non sapevo come rispondere.

Secondo me – gli dicevo – la vita dei Beni storico-artistici è sotto un certo aspetto molto simile alla nostra, in quanto, così come noi non possiamo conoscere le sorti della nostra vita, quanto durerà e come o quando finirà, allo stesso modo non sappiamo quanto siano destinate a durare le opere dell’uomo, e soprattutto se cesseranno di essere per cause naturali, “morendo di vecchiaia”, come è forse il caso problematico del Cenacolo di Leonardo; o per mano dell’uomo esso medesimo, distruttore in molti casi delle migliori costruzioni della storia dell’umanità, dalla Biblioteca di Alessandria, ai quartieri medievali dove oggi stanno piazza Vittoria a Brescia a o via della Riconciliazione a Roma, l’antichissima abbazia di Montecassino e gli inestimabili tesori un tempo ivi costruiti, la vecchia città di Norimberga, i Buddha demoliti a colpi di esplosivo dai talebani, così come la recentissima, tragica distruzione di Palmyra e tantissimi altri casi di crimini contro il patrimonio dell’umanità.

Infine, imprevedibili invece sono  purtroppo le devastazioni in seguito a calamità naturali, come nel caso dei terremoti che anche quest’anno, a più riprese, hanno ridotto in rovina luoghi simbolo della nostra cultura italiana, come nei casi del paese di Amatrice o della basilica di San Benedetto a Norcia.

Sono forse anche la fragilità e la mortalità delle opere d’arte a renderle ancora più preziose e di valore per noi.

Il nostro patrimonio culturale da consistenza alla nostra memoria storica. Anzi, forse è anche in molti aspetti come la nostra memoria psichica. Essa infatti, non solo garantisce la  nostra sopravvivenza, una vita degna, ricca di tutti quei valori e carica dei significati che, in ogni sfaccettatura, ciascuna diversa dall’altra a seconda delle latitudini geografiche ed etnografiche, così come di persona in persona, ci differenziano e allo stesso tempo possono orientarci positivamente nei nostri progetti di vita, e nel vivere civile, organizzandoci in comunità che devono essere feconde e aperte a ciascun seme proveniente da ogni cultura.

È anche grazie alla sensibilizzazione e all’educazione dell’opinione pubblica su questi temi che possiamo veramente capire ciò che intendiamo quando parliamo di patrimonio culturale.

E ritornando sempre sul tema della memoria, va aggiunto anche come la capacità di mantenere vivo il ricordo garantisca di apprendere dagli errori per rimediare sempre in meglio, con soluzioni di volta in volta nuove e innovative, in una progressione che fa tesoro delle esperienze positive, per un’evoluzione costante.

Come la memoria, però, un patrimonio culturale è fragile e può debilitarsi, a volte annientato da eventi tragici o dall’inevitabile decorrere verso la vecchiaia, fino al momento della morte. La morte fisica, che determina una cessazione fisica, ma che grazie all’amore per le persone care e le cose alle quali attribuiamo un valore affettivo, si conserva e si conserverà magari anche oltre la nostra esistenza il ricordo, la testimonianza, la memoria.

Così come si può avere cura della memoria e si riportano in vita anche i ricordi remoti più preziosi, che possono aiutare in momenti difficili, all’incirca, analogamente credo che per i Beni culturali si cerchi di ricorrere ai restauri per prevenire il decadimento di monumenti e opere d’arte o per ricostruire, fino a che è possibile, ciò che è andato distrutto ma di cui si conoscono fortunatamente almeno la forma e la consistenza passate.

In questo campo numerosissime sono state le energie messe a disposizione da istituzioni come la Protezione Civile e la Croce Rossa, con tutti i loro volontari, per aiutare, in stretta collaborazione con moltissimi corpi  delle Forze dell’Ordine, dai Vigili del Fuoco all’Esercito, fino alle forze di Polizia, ogni persona colpita dal terremoto, salvando molte vite e recuperando anche il corpo di chi  purtroppo non è sopravvissuto alla tragedia.

Un ulteriore intervento è stato svolto, ed è ancora in azione, al fine di mettere in sicurezza i beni storico-artistici, ad opera di forze specializzate come il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, coadiuvato in molti casi dagli stessi Vigili del Fuoco, dagli uomini del Genio e della Guardia di Finanza, anch’essa dotata di un nucleo selezionato per la difesa e la protezione dei Beni culturali.

Grazie agli sforzi di tutte queste e altre forze di soccorso e sostegno, anche civili, équipe di esperti, ingegneri, architetti, geometri, restauratori, in moltissimi casi volontari, lo Stato,  attraverso lo sforzo di tutta la Nazione e con la solidarietà di altri Paesi, si è adoperato da subito per il recupero e la messa in salvo di numerose opere danneggiate e in pericolo, dando il via a progetti di restauro, ristrutturazioni e ricostruzioni, con un attivo seguito di dibattiti pubblici su come intervenire per operare nel migliore dei modi possibili.

Non sono nemmeno mancate le scadenti ironie di chi, come Charlie Hebdo, ha perso tempo e credibilità scherzando, quasi come non considerndo la gravità degli eventi, contro la serietà del lavoro di tutti coloro che invece hanno continuato ad operare con impegno e amore, oltre che inattaccabile dignità.

Così come un buon medico ha cura dei propri pazienti, e approfondisce le proprie conoscenze in campo sanitario in aggiornandosi costantemente, allo stesso modo in Italia schiere di esperti restauratori non smettono mai di evolvere e cercare di far progredire i propri studi per la conservazione dei beni culturali, nonostante la scarsità di fondi a disposizione per la ricerca.

A diverse lezioni universitarie che ho avuto la fortuna di frequentare, si è spesso parlato infatti di come soprattutto in Italia le scienze del Restauro, così come le museali, archeologiche e storico-artistiche siano infatti per tradizione molto conservatici, e in molte scelte operative forse anche più avanzate che in altri paesi.

Il nostro spirito d’orgoglio per il il nostro passato e la nostra storia ci porta infatti a mantenere la maggior parte delle cose ‘come erano e dove erano’, quasi come per un istinto naturale caratteristico della nostra civiltà.

In alcuni casi, se non è possibile che una determinata opera rimanga nel luogo d’origine, vengono create copie fedeli all’originale, in modo tale da poter rendere visibile l’oggetto nel contesto che gli spetta, e quindi nel suo luogo naturale; esempi degni di nota sono la statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio e il David di Michelangelo in Piazza della Signoria, i cui originali sono conservati rispettivamente presso il Palazzo dei Conservatori a Roma e presso le Gallerie dell’Accademia a Firenze.

La soluzione per molte perdite in seguito ai crolli di chiese, palazzi e monumenti nei luoghi terremotati è dunque certamente la migliore se mira a ricostruire fedelmente ciò che era come era e dove era, mettendo in sicurezza le opere a rischio in luoghi sicuri: i musei. E qualora non esistano ancora in situ, credo sia davvero necessario gettarne le fondamenta.

Perché anche tutti questi martiri, frammenti di cultura, meritano di rimanere onorati nella memoria, anche domani.

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