¶ Lezioni di Estetica • Per una “logica dei sensi”. Tratto da una lezione del prof. Markus Ophälders all’Università di Verona

Al corso di Estetica del professor Ophälders sono stato particolarmente attratto dalla questione sulla logica dei sensi. Ne riporto qui qualche breve appunto, e in tal proposito consiglio vivamente la lettura del saggio Filosofia Arte Estetica, incontri e conflitti, un libro che ho trovato davvero molto bello, impegnativo ma scorrevole e scritto in un italiano chiaro, utile a chi desideri avvicinarsi agli studi di tale disciplina. Perfino mio padre, che per l’occasione mi ha aiutato nella traduzione di qualche approfondimento dalla lingua tedesca, pur da profano, ne ha trovato un piacevole passatempo, e mi auguro che magari anche lui riesca ad incontrare la passione per la filosofia.

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Nella storia dell’estetica sono stati numerosi e differenti i tentativi di creare “ordini” e “logiche” dei sensi, talvolta con risultati molto diversi se non addirittura contrastanti.

Possiamo osservare quindi come esista una notevole diversità dell’universo estetico rispetto, ad esempio, alla logica matematica, caratterizzata da una rigida gerarchia analitico-deduttiva.

È quindi possibile individuare due criteri in base ai quali vengono ricostruite gerarchie dei sensi.

Possono essere individuati e posti su due livelli: innanzitutto la memoria e la genealogia, proprie di ciascuno dei nostri cinque sensi, dopodiché la capacità di differenziare i dati sensoriali e interpretarli prima che vengano elaborati dall’intelletto e dal cervello.

Per il primo criterio, la al primo posto, in tale gerarchia si pone l’olfatto. Di più lunga memoria, è il primo a svilupparsi dal momento della nascita ed è anche il più resistente e duraturo nel tempo. È possibile infatti, a distanza di molti anni, ricordare un determinato odore o profumo. La letteratura ne da un esempio nell’ultimo libro dell’opera dello scrittore Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto, scritta fra il 1908/09 e il 1922, quando il protagonista si ritrova come catapultato indietro nel tempo passato – e perduto – dell’infanzia, al semplice contatto olfattivo con l’aroma di una dolce Madelaine intinta in una tazza di tè.

Sunny

Viene poi il gusto,  strettamente legato alle necessità nutritive. È curioso poter notare in questo caso come le parole “sapere” e “sapore” abbiano di fatto la stessa radice linguistica. Perciò, di una persona che ha stile e cultura diciamo che a gusto. Come scrive Niccolò Tommaseo nel Dizionario dei sinonimi

«Gustare, in genere, esercitare il senso del gusto, riceverne l’impressione, manco senza deliberato volere, o senza riflessione poi. L’assaggio si fa più determinante poi a fin di gustare e di sapere quel che si gusta; o almeno denota che dall’impressione provata abbiamo un sentimento riflesso, un’idea, un principio d’esperienza. Quindi è che sapio, ai Latini, valeva in traslato sentir rettamente; e quindi il senso dell’italiano sapere, che da sé vale dottrina retta, e il prevalere della sapienza sopra la scienza».

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Si passa dunque al tatto, il primo senso a fornirci una percezione di identità individuale, corporea e fondativa di buona parte dell’identità psichica futura dell’individuo: l'”io”. L’esperienza tattile è diretta, immediata, diversamente da altri sensi più complessi, come la mediazione della vista. Se ne trova dimostrazione ad esempio dal primo impatto con la nostra immagine riflessa in uno specchio. Oppure, anche quando impariamo ad ambientarci in un luogo come la nostra casa, con l’abitudine sarà possibile per noi muoverci al buio, orientandoci con intatto, che nel frattempo si è aggiunto e quindi sostituito alla memoria iniziata con il senso della vista.

Il tatto è anche il primo senso che può essere coordinato con una particolare arte, l’architettura. Esso infatti fornisce un senso di identità unitario e stabile e non più diffuso ed evanescente, come nel caso dell’olfatto e del gusto.

Inoltre, il tatto ha la possibilità unica di entrare in sinestesia con altri sensi…

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Rimangono ancora due sensi. Seguendo la medesima gerarchia, questi sono l’udito, legato alla musica e alla poesia, al teatro e al cinema, e la vista, coordinata alle arti figurative, scultura e pittura, al cinema e all’architettura. In quanto notevolmente più complessi rispetto ai precedenti, non sono esclusi ovviamente da numerose altre possibilità interpretative riguardo alla gerarchia dei sensi.

L’udito, legato ancora alla corporeità, dunque al tatto e al movimento, è anche il ponte tra l’identità corporea e quella psichica e individuale. Interessante è il rilievo della figura della maschera teatrale in questo senso, atto a percepire le vibrazioni del suono e della parola. In latino, con il nome persona si intendeva infatti la maschera, e con essa il personaggio interpretato nello spettacolo teatrale. La composizione etimologica della parola, da per e sonare  (risuonare a traverso) era riferita al gesto di suonare attraverso il foro della bocca, atto ad amplificare la voce dell’attore. Anche da qui, si ripete sempre il legame alla corporeità, fino alla musica, che scandisce il ritmo della danza.

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Dulcis in fundo, e all’apice della gerarchia proposta, viene la vista. È il senso che maggiormente pone a distanza la corporeità sia interiore, sia esteriore.

La vista è l’unico senso che può intenzionalmente essere indirizzato verso gli oggetti e, allo stesso modo, quello che può sottrarsi alle cose del mondo.

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A questo punto il professor Ophälders introduce un’ulteriore discussione, davvero molto interessante, attraverso la storia filosofica dei sensi, per la quale vale davvero la pena dare una lettura al libro sopracitato, in cui è presente per esteso la trascrizione delle lezioni per mano dell’Autore, al quale ho voluto rendere un umile e spero altrettanto rispettoso omaggio con questo mio breve articolo.

 

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