Una poetica espressione di emozioni: il Romanticismo

Il Romanticismo, movimento culturale sviluppatosi tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento (1760-1830) si caratterizza con un’affermazione dei sentimenti e delle emozioni, in modo particolare l’amore, sulla ragione. Dal ritorno alla natura e a uno stile di vita primitivo, dal desiderio di libertà di pensiero e di azione da qualsiasi regola e costrizione, dall’esaltazione della propria patria e dalla volontà di difenderla o liberarla, anche a costo della vita, da coloro che ne impediscono l’autonomia politica ed economica, dalla consapevolezza della morte che dovrebbe spingere ogni individuo a vivere la propria vita nel modo migliore e più intenso possibile, in quanto ogni attimo perduto è irrecuperabile.

L’arte, la poesia e la filosofia contribuirono fortemente alla diffusione degli ideali romantici fra le popolazioni, dando origine anche ai moti rivoluzionari e mutando così  il destino di molti paesi europei, come l’Italia e la Francia.

Ritengo che i problemi che ci troviamo ad affrontare oggi siano simili a quelli di allora: ci sono ancora governi che opprimono i loro popoli per favorire i propri interessi e quelli dei loro potenti alleati, anche se spesso non ce ne rendiamo conto perché non viviamo a diretto contatto con essi. Il potere politico, d’altro canto, trae vantaggio dal mantenerci nell’incoscienza e ogni notizia, prima di essere pubblicata, deve avere il consenso, reso possibile grazie anche alla privatizzazione delle reti televisive e delle sedi giornalistiche di maggior rilievo. L’aumento delle industrie, oltre a contribuire alla crescita dell’inquinamento ambientale e della concorrenza interna ed estera, ha scatenato la crisi economico-finanziaria di cui, seppure in misura minore, stiamo ancora pagando le conseguenze. I ritmi lavorativi, adattandosi alle richieste del mercato, ma non delle persone in essi inseriti, rendono la vita sempre più frenetica e poco soddisfacente, lasciando meno spazio agli interessi personali e al dialogo.

Come dimostrano, infatti, gli ultimi studi svolti sulle famiglie di oggi, genitori e figli parlano sempre meno. I primi, talvolta, non solo danno poca importanza allo sviluppo culturale raggiunto dal proprio figlio o dalla propria figlia, ma trascurano anche quella che, negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, veniva chiamata “educazione sentimentale”, per non parlare di quella sessuale. Ecco allora ragazzi e ragazze insicuri, timidi e introversi, da una parte, incapaci di instaurare una relazione duratura e affettivamente appagante con l’altro sesso, ai quali ogni delusione non farà altro che aumentare il senso di inadeguatezza. All’opposto troveremo giovani uomini e giovani donne cinici e sfrontati, tesi soltanto al conseguimento di un ruolo abbastanza in alto da poter consentire loro di sfruttare gli altri senza riscontrare opposizioni e al raggiungimento esclusivo del loro piacere.

È quest’ultimo aspetto della società di oggi quello che mi sorprende e irrita maggiormente: la quasi totale e progressiva perdita della propria dignità. Non saper amare nel modo giusto equivale, di fatto, a non dare la giusta importanza a noi stessi e agli altri. Una bassa considerazione di sé ci rende succubi degli altri e disposti a qualsiasi gesto o sacrificio per ottenere e mantenere il loro favore. Cedere a persone estranee il potere su di noi è rischioso, poiché, se dovesse accaderci qualcosa di spiacevole, non si è in condizione di reclamare. D’altra parte, una troppo elevata considerazione di sé ci spinge a non riconoscere le qualità di chi ci circonda e i nostri difetti, portandoci così all’isolamento. Infine la perdita di dignità, oltre a danneggiarci moralmente, ci rovina anche fisicamente: uno stile di vita basato, per citare un esempio purtroppo divenuto talmente comune da risultare quasi banale, sul consumo di stupefacenti, fumo e alcolici spesso comporta l’insorgere di tumori e malattie difficilmente curabili e talvolta mortali.

Il tema qui proposto è stato elaborato attraverso le seguenti discipline: italiano, storia, filosofia, storia dell’arte e psicologia.

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La figura più rappresentativa del Romanticismo italiano è stata quella del poeta marchigiano Giacomo Leopardi (1798-1837). Egli, pur avendo avuto una formazione basata quasi esclusivamente sullo studio dei classici antichi, è vicino ai romantici per il modo in cui li propone nelle sue composizioni. Leopardi sostiene infatti che la poesia greca e latina, sviluppatasi in un’epoca in cui gli uomini vivevano un rapporto più sereno con la natura, in quanto la filosofia non era ancora in grado di spiegare le cause dei fenomeni che in essa si verificavano e lo spazio geografico conosciuto era di minore estensione rispetto a quello raggiunto grazie alle spedizioni esplorative e alle successive conquiste coloniali dell’Ottocento, presenta maggiore spontaneità e purezza di stile. Si parla perciò di classicismo romantico. La sua poetica inoltre è fondata sui concetti di vago, indefinito, rimembranza e immaginazione. Vago e indefinito sono spiegati nella teoria del suono e in quella della visione, in cui il poeta afferma che i suoni che percepiamo ma di cui non conosciamo la fonte (per esempio l’eco di un canto udito all’interno di una stanza tramite una finestra aperta) e che un qualsiasi ostacolo frapposto tra noi e l’oggetto che stiamo osservando (per esempio una siepe che limita la vista dell’orizzonte) sono utilissimi per stimolare l’immaginazione sia del poeta che, se vengono resi con la stessa immediatezza con cui sono stati percepiti, del lettore. La rimembranza viene definita da Leopardi come

quella tal sensazione, idea, piacere che proviamo perché ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine provata da fanciulli e come la provammo”.

E’ quindi un ricordo d’infanzia o comunque del passato rivisto in chiave poetica. Questi concetti verranno messi in atto nella fase degli Idilli (1819-1821) e, seppur in modo più attenuato, nei Grandi Idilli (1828-1830) le più ricche a livello di espressione di emozioni e sentimenti. Nei suoi versi si trova anche un incitamento al titanismo,ovvero alla lotta degli uomini contro la natura, inizialmente concepita come madre benigna e in seguito come crudele meccanismo di distruzione, contro cui gli uomini devono combattere per sopravvivere al dolore da essa causato (questo sarà evidente soprattutto nelle Operette morali (1823-1828)). Il poeta rimpiange anche la perdita delle illusioni e della fanciullezza e depreca la realtà in cui vive, troppo razionale, dominata dal tedio e in cui ha importanza solo il computar, ma risponde a questa con l’esaltazione dell’io e dei sentimenti, con la fuga nell’infinito e il recupero della lirica come forma poetica.

Quest’ultimo atteggiamento di Leopardi risulta più comprensibile se si prendono in considerazione gli avvenimenti storici che caratterizzano questo periodo.

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In Francia, dopo la terribile rivoluzione che nel 1789 aveva portato alla caduta della monarchia e una sanguinosa guerra civile scatenatasi tra i membri del governo repubblicano, si era imposta nel 1799 la dittatura di Napoleone Bonaparte. Una volta salito al potere, forte delle numerose campagne militari e guerre di conquista, aveva esportato in quasi tutta l’Europa la sua Costituzione, ispirata agli ideali di Uguaglianza, Fratellanza e Libertà che erano stati alla base della rivoluzione. Gli unici stati che potevano resistere ai suoi progetti espansionistici erano l’impero austro-ungarico, l’Inghilterra e la Russia. Questi, già alleati dal 1793, sebbene fossero stati sconfitti più volte, riuscirono sempre a impedire all’esercito francese l’invasione del loro territorio; ma fu dopo la disfatta di quest’ultimo in Russia che le tre potenze riuscirono a preparare   le loro truppe per quello che sarebbe stato il colpo decisivo. Con la vittoria di Waterloo, nel 1815, il regime napoleonico vide il suo completo crollo. I vincitori si affrettarono, con il Congresso di Vienna, subito ripreso, a cancellare dall’Europa ogni traccia della rivoluzione e delle sue conseguenze, riportando sui troni i vecchi monarchi, con un programma che fu chiamato Restaurazione. In Italia le dure repressioni attuate e la ripresa di un sistema burocratico ed economico considerato inefficiente e parassitario, oltre all’imposizione di una cultura classicista e accademica, cominciarono a creare focolai di protesta e forti critiche che avrebbero condizionato l’andamento di buona parte del secolo. In Inghilterra si verificò una situazione simile quando le colonie americane, con la Dichiarazione d’indipendenza, nel 1776 sancirono la loro autonomia politica ed economica dalla madrepatria. La Rivoluzione industriale, contemporanea alle altre due, se da una parte accelerò i ritmi di produzione permettendo una maggiore circolazione di beni a basso prezzo (secondo il principio del liberismo economico), dall’altra peggiorò le condizioni di vita di quella fascia di popolazione detta proletariato (in quanto l’unico bene che possedevano erano i figli) costretta a lavorare per più di quattordici ore al giorno, in ambienti spesso malsani, in cambio di un salario appena sufficiente al sostentamento della loro famiglia, solitamente molto numerosa. Ai proprietari, detti capitalisti (in quanto erano loro a mettere il capitale necessario ad aprire la fabbrica) andava la maggior parte del ricavato dalla vendita del prodotto. La protesta degli operai sfociò nel movimento luddista (1779) che, dopo lunghi e ripetuti scontri con l’esercito capitalista, cominciò ad ottenere qualche significativo riconoscimento politico, a partire dalla concessione del diritto di associarsi in organizzazioni, poi trasformate in sindacati, dette Trade Unions. Tuttavia il desiderio di vedere riconosciuti i propri diritti avrebbe continuato a fomentare nuove proteste e rivolte fino alla nascita del Partito Socialista Italiano ad opera di Filippo Turati ed Anna Kuliscioff nel 1895.

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In Germania il movimento romantico si concentrò principalmente sul rapporto finito-infinito, attuabile secondo il modello panteistico o trascendentistico; sull’esaltazione del sentimento e dell’arte come mezzi per giungere alla conoscenza dell’infinito; su una nuova concezione della natura come organismo vivente e dotato di un proprio spirito. Tra i numerosi esponenti, quelli che meglio esprimono queste caratteristiche sono i poeti Friedrich Hölderlin, Friedrich von Hardenberg detto Novalis e il filosofo Friedrich Wilhelm Joseph Schelling. Hölderlin (1770-1843) nel suo romanzo Iperione, sostiene che solo la bellezza, le cui più alte manifestazioni sono l’arte e la religione (intesa come amore della bellezza), può permettere all’uomo di accedere all’infinito. L’uomo che sa cogliere la bellezza è il poeta. A lui, tramite la stesura della sua poesia, spetta il compito di diffondere questa conoscenza agli altri uomini, trasformandola così in filosofia. Altro aspetto della sua poesia è l’esaltazione del dolore, da parte del personaggio Iperione, come condizione inevitabile dell’individuo, in quanto senza di esso non vi è vita. Diversa è la posizione di Novalis (1772-1801) il quale sostiene che l’uomo, con l’ausilio della poesia, può giungere a un completo piegamento della natura ai suoi desideri (idealismo magico). Questo è possibile se si considera la natura come una proiezione, un’immagine del nostro spirito. Dato che siamo noi a creare liberamente quest’immagine, siamo noi a dominarla. Schelling (1775-1854) anche se amico di Fichte e Novalis, non ne condivide però la visione della natura e, per quanto riguarda il primo, dell’Assoluto (che Fichte concepiva solo come soggetto). Egli sostiene infatti che la natura è anch’essa razionale e portatrice di valori; quindi, esattamente come l’uomo, ha bisogno di un principio che la spieghi. Questo principio è l’Assoluto, inteso come unione di soggetto e oggetto, uomo e natura, ancora indifferenziati tra loro. Quindi se si inizia lo studio dall’uomo, si arriverà a studiare la natura (filosofia della natura) e viceversa, se si inizia a studiare la natura si giungerà a capire l’uomo (filosofia trascendentale). Lo strumento che permette di cogliere in modo immediato quest’unità di spirito e natura è l’arte. Durante la creazione di un’opera l’artista, sotto la spinta di una forza libera e inconsapevole che Schelling chiama genio, passa attraverso due momenti l’ispirazione (inconscia e libera) e l’esecuzione (conscia e meditata). Il risultato sarà un quadro o una scultura o una poesia che pur essendo finiti, in quanto materiali, possono avere infiniti significati e, di conseguenza, infinite interpretazioni. Allo stesso modo agisce l’Assoluto, forza infinita, nel creare il mondo, sua manifestazione finita (idealismo estetico).

La figura del genio sarà centrale nell’arte di questo periodo, unita alla sregolatezza, intesa in un comportamento non conforme al “buon costume borghese” e alle leggi statali e in una pittura libera dall’influenza delle regole imposte agli artisti dalle accademie classiciste. Il modello di riferimento degli artisti romantici sarà infatti il mondo medievale, che gettava le basi per una nuova cultura sotto l’influenza della religione cristiana e rinascimentale, caratterizzato da una grande fioritura delle arti e delle scienze. L’interesse dei pittori si rivolge sia alla raffigurazione della natura nella molteplicità delle sue manifestazioni, sia a quella del proprio mondo interiore che a quella di fatti storici o politici. Le prime due saranno presenti principalmente in Inghilterra e avranno tra i loro maggiori esponenti Johann Heinrich Füssli (1741-1825), William Blake (1757-1827), John Constable (1776-1837) e Joseph Turner (1775-1851). In Francia e in Italia si troverà invece l’attenzione per le questioni sociali del tempo nel quadro La zattera della Medusa di Théodore Géricault (1791-1824) ne La libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix (1798-1863) e ne I Vespri siciliani di Francesco Hayez (1791-1882).

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La prima opera, realizzata nel 1818, mostra i 15 sopravvissuti al naufragio della fregata “Medusa” al momento dell’avvistamento del brigantino “Argus” partito alla loro ricerca. In essa si può cogliere uno degli atteggiamenti che caratterizzano l’epoca : l’eroismo disperato dell’uomo davanti alla catastrofe. Questa viene resa con incredibile realismo e intensità, dopo una lunga serie di studi anatomici e tramite l’accurata giustapposizione di luci e ombre, tinte chiare e tinte scure, l’impiego di una struttura piramidale e l’abbassamento della linea d’orizzonte.

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Nella seconda, eseguita nel 1830, viene raffigurata l’insurrezione del popolo francese che portò alla caduta della monarchia assoluta di Carlo X. Gli insorti, tra cui vi è lo stesso pittore (l’uomo con il cappello a cilindro e il fucile), appartenenti a tutte le classi sociali, come si riconosce dai vestiti, sono di tutte le età (come indica il ragazzino con le pistole in mano) e sono guidati da una donna a seno scoperto, vestita di giallo e impugnante nella mano sinistra il tricolore francese e nella destra un fucile, la Libertà. Sebbene vi siano alcuni elementi in comune con la tela realizzata qualche anno prima dall’amico Géricault (come ad esempio l’impianto piramidale e la posizione del cadavere del giovane in primo piano, con un solo calzino, invertita ma simile a quella del giovane naufrago trattenuto dalle braccia del padre ne La zattera della Medusa) si nota una maggiore partecipazione, a livello emotivo, dell’artista all’azione rappresentata. L’intento di Delacroix infatti era quello di trasfondere nelle sue opere il sentimento che un fatto aveva generato in lui e non di limitarsi alla sua sola descrizione oggettiva, così da rendere maggiormente interpretabile il suo significato.

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Ne I Vespri siciliani, dipinto del 1846, Hayez coglie il momento in cui scoppia la rivolta dei siciliani di Palermo, nel 1282, contro il dominio angioino: una nobildonna palermitana è stata molestata da un soldato francese all’uscita dalla chiesa, appunto dopo i vespri. Un giovane si avventa sull’aggressore, lo ferisce mortalmente al petto e poi si ritira, mentre la giovane, svenuta, viene sorretta dal fratello e uno dei testimoni, con un coltello sguainato, incita il popolo a ribellarsi. Il tema scelto, di ambientazione rinascimentale, ha lo scopo di ricordare agli italiani l’antica gloria nazionale, con un preciso invito ad imitarla. Sebbene la disposizione dei personaggi sia simile a quella di una scena teatrale e i colori usati vivaci, l’azione risulta statica a causa dell’assenza della partecipazione emotiva del pittore.

Gaston Bachelard (1884-1962) nel suo libro Il diritto di sognare, sostiene che l’arte e la letteratura romantica sono state in grado di dare voce al sentimento che animava i popoli durante quegli anni, in quanto gli artisti e i poeti hanno avuto la capacità di meditare sulla natura dei fatti che stavano accadendo. Gli artisti hanno usato la potenza espressiva dei colori e della luce per trasmettere la dinamicità delle azioni narrate e il loro sentimento nella tela; i poeti hanno saputo rendere nelle loro poesie sia il disprezzo per il clima oppressivo che domina il panorama dell’epoca, che la gioia con cui ogni nazione reagisce ad esso, riuscendo a trasformarle in strumenti potenti per cambiare la storia.

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Bibliografia

Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria Dal testo alla storia,dalla storia al testo, Autori e Opere, Manzoni e Leopardi casa editrice Paravia Bruno Mondadori Editori, 2002; Antonio Brancati, Trebi Pagliarani il nuovo DIALOGO con la storia, corso di storia per il triennio,volume due, Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento casa editrice La Nuova Italia, 2007; Gaston Bachelard Il diritto di sognare casa editrice Dedalo, 1974; Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero Protagonisti e Testi della Filosofia, volume C, Dal Romanticismo al Positivismo casa editrice Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000; Piero Adorno, Adriana Mastrangelo Segni D’ARTE, volume tre, Dal barocco al tardo Ottocento casa editrice G.D’Anna, 2007.

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