Nella mia vita: un segno speciale

Eravamo nel 1968. Si avvicinava l’estate e mia mamma ed io ci apprestavamo ad andare in vacanza a Paratico, sul Lago d’Iseo dove avevamo affittato un appartamento. Però in quel periodo qualcosa mi turbava, ma non ne conoscevo la ragione.

Forse ero stanca. Lo studio di grafica, che gestivo in Milano con Luigi Figini, mi impegnava moltissimo. Nei brevi momenti liberi mi dedicavo alla pittura; dal 1965 ero assistita dal maestro Cristoforo De Amicis e se questo facilitava il mio cammino nell’arte, mi creava nel contempo l’assillo di un forte impegno con me stessa e le mie possibilità.

Nel mio stato di evidente scontento senza conoscerne la causa, per la prima volta decisi di appartarmi in solitudine. Ad una mia compagna dei tempi della scuola, divenuta scuola di clausura nel Convento Carmelitano di Arezzo, chiesi se poteva procurarmi un’ospitalità adeguata. E così avvenne che lasciai mia mamma a Paratico in compagnia di mia cugina Darvia (la quale era stata cresciuta da mia mamma giovane a Badia Polesine, nella casa dei nonni). Partii con il mio pesante fardello di tele, cavalletto e cassetta e tutto l’occorrente per la pittura ad olio. Fui ospite di un centro di sorelle laiche francescane, a Campello sul Clitumno, in provincia di Perugia. Il convento era su un colle: a metà monte una sorella venne con il mulo a prelevare me ed il mio bagaglio. Vissi per quindici giorni in una torretta distaccata nel giardino del convento, dove c’era, oltre la stanza con il letto, un ingresso ed un’altra piccola stanza dove mettere l’occorrente per lavorare.

Ho un ricordo speciale di quel periodo. Esistevano poche regole comunitarie; per il resto uscivo ogni giorno libera su distese di prati, davanti ad una bella vallata che abbracciava tanti piccoli paesi sino ad Assisi, in un silenzio sempre pieno di emozioni e di sole. Forse il fatto che Francesco aveva vissuto ed operato in quei luoghi, mi avvolgeva in un’atmosfera mistica, vicina al cielo.

Al tramonto salutavo il giorno che si spegneva, con le sorelle, mentre il sole infuocava dietro le colline con colori ardenti di rosso, viola, giallo. La sera ci incontravamo intorno ad una lampada a petrolio, illuminate da una luce di tempi passati, come membri di una famiglia antica, senza tempo. Una sorella lavorava a maglia, un’altra sbrigava le corrispondenze, o veniva raccontato qualche fatto particolare dell’Eremo, della fondatrice, od anche delle nostre vite. Io, non so perché, avevo chiesto che si potesse ascoltare della musica o una corale in chiesa: una sorella suonò alla chitarra musica classica francese. Era medico, veniva da Parigi. Era la sorella più giovane.

Per i pasti suonava una festosa campanella, a tavola il servizio veniva fatto dalle sorelle. Spesso veniva letto il pensiero di qualche grande pensatore. Quando giungeva un ospite, la stessa campanella ci chiamava nel porticato all’ingresso e lì l’ospite riceveva il saluto di benvenuto, consumando un liquore e qualche altra cosa, in armonia con l’amore dell’ospitalità francescana, aperta a tutte le religioni purché monoteiste.

Conobbi in quei giorni Davide Turoldo, padre domenicano, poeta, essere dai concetti protestanti. Venne a vedermi davanti al cavalletto, sul prato; trovò molto armoniosa la mia colorazione.

Quando partii da Campello mi ripromisi di ritornarvi. Ma non lo feci mai, forse per impedimenti. Od anche per non distruggere l’incantato ricordo pieno di ricchezze e trasparenti luci scritto dentro di me.

Prima del mio rientro a casa, andai ad Assisi. Fu come un pellegrinaggio che completasse la mia conoscenza di Francesco, di Chiara, delle loro vite, ed i luoghi, la Porziuncola, la cattedrale superiore e inferiore. E Giotto, gli affreschi e le tristezze che mi avevano condotta lì.

Ragionavo con me stessa, attraverso due voci di dentro.

  • «Non  potrò mai affrontare lavori come questi…»
  • «Questo non ha importanza. Tu sei pittore da cavalletto, né mai sei andata alla ricerca di commissioni a grandi dimensioni.»
  • «Chissà se potrò continuare… come sarà la mia vita: sempre lavoro, ricerca, solitudine…»

 

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Ero in piedi, pienamente assorta nelle mie incertezze. Alle mie spalle, un grande dipinto mi aveva enormemente colpita, quasi monocromo, se ben ricordo era L’Apocalisse di Cimabue; sembrava la negazione della vita. In quel momento cadde dall’alto, passandomi perpendicolare davanti al viso, quasi sfiorandomi il naso, un oggetto scuro. Guardai ai miei piedi. Vi era un pennello… un pennello per acquerello. Mi guardai intorno. Sopra di me, nulla. Alla mia destra, lontano qualche metro, vi era una struttura ad un piano, dove poteva venir svolto del lavoro di restauro. Ma tutto era spento, i tavoli coperti per proteggere il materiale, era giorno di festa e nessuno stava lavorando. E poi il pennello era caduto perpendicolare e sopra di me non vi era che, a grande spazio, la volta della cattedrale.

Raccolsi allora il pennello. Proprio uguale a quelli che avevo a casa. Sino allora però acquerelli non ne avevo realizzati mai. Mi veniva detto che questa tecnica va realizzata in un solo getto. Io, con le mie incertezze, avevo una elaborazione a rifacimenti e correzioni, quindi inadatta.

Ripresi il colloquio a due, guardando in alto.

  • «Ho compreso, Signore, mi hai mandato un segno. Il pennello lo porto a casa, per ricordo, come un mio impegno.»
  • «Non è tuo. Porti via, da una chiesa, cosa non tua?»
  • «È vero».

Mi recai verso l’altare maggiore. Feci i gradini e sul piano, con molta partecipazione, depositai il pennello. Era come un rito, il proposito fermo di una scelta per sempre.

  • «Ho capito, Signore. La mia vita sarà questa, sino all’ultimo giorno, se mi sarà consentito. Ogni sacrificio lo risolverò. E mi ricorderò che questo è un dono speciale, una vita pregiata che mi fa incontrare l’universo, la natura, il regno dei cieli. Grazie».

Al ritorno trovai mia mamma e Darvia, che erano state bene ed erano contente. Verso la fine di agosto ritornammo a Milano. La mamma era di buona salute, nonostante qualche indisposizione al cuore, che la accompagnava da diverso tempo. In ottobre si rese necessario il ricovero in ospedale. E quando, dopo le cure sembrava prossimo il suo ritorno a casa, morì, il 14 novembre.

Il lavoro, gli impegni mi aiutarono. Vittoria lavorava nel nostro studio e a mezzogiorno preparava a casa mia il pranzo per noi due. Alla sera rientrava nel suo appartamento. Io piansi per molto tempo, alla sera, quando rientravo trovavo tutto spento, nessuno che mi aspettava.

Capii che l’isolamento cercato in convento era anche stato provocato da un presagio del triste evento, che era dentro di me.

La pittura poi mi accompagnò attraverso una dedizione senza tentennamenti. Le mie vacanze furono sempre dedicate alla pittura, soprattutto agli acquerelli che richiedono un bagaglio meno pesante e più adatto alle forze della mia età. La tecnica dell’acquerello mi è diventata pienamente congeniale.

Gli anni passano e nonostante che la loro entità mi conduca, come è naturale che sia, al pensiero del declino, vi è sempre il trionfo di una luce di speranza che anima i miei giorni, per quello che saranno, donandomi uno scopo di vita, insieme all’incontro con Dio, che secondo i miei pensieri più elevati, è spirito presente nella pittura stessa, raggiungibile nei momenti migliori del nostro animo.

 

Florisa Cordova

 

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Da Montecroce, Desenzano (acquerello, 2001, cm 30 x 39,6, cat. 1832).

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