Luna Nuova

Tramontata è la luna

e le Pleiadi a mezzo della notte;

anche giovinezza già dilegua,

e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros,

come vento sul monte

che irrompe entro le querce;

e scioglie le membra e le agita,

dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;

e soffro e desidero.

I classici hanno una bellezza unica, il pensiero di leggere una poesia dell’età di duemilaseicento anni porta a lunghe e trasognanti riflessioni sulla natura del tempo, la fugacità della vita…

Ma non è questo di cui voglio parlare, piuttosto mi piace notare leggendo una poesia di Saffo (e non solo Saffo, ma in generale nella letteratura più antica) come sia semplice e allo stesso tempo raffinato il modo di trattare ciò di cui si scrive, la stessa qualità che si può vedere in una colonna minoica perfettamente levigata.

I sentimenti, certamente quelli moderni devono confrontarsi con un diverso mondo che li circonda e ciò ne plasma una buona parte, ma comunque credo siano comuni agli antichi e ai moderni l’amore, la gelosia, la passione, nonostante le strade diverse che trovavano e trovano ora per farsi sentire. A differenza di adesso, nella loro complessità non si cercava l’analisi, sono stati dell’anima, e sono come la lampada di un proiettore del cinema o come una fiaccola, accendono una luce che scotta, proiettano immagini chiare e vivide.

Ho quasi la certezza che un’umanità come quella doveva avere una esperienza della vita incomparabilmente più densa e tangibile, anche se altrettanto più familiare con i caratteri meno tangibili dell’esistenza. Il rapporto con la luna e gli astri, uno scambio di pensieri e sentimenti che scorre continuo fra l’uomo e il cielo.

Forse la presenza degli dei, ubiqua nelle loro vite – dal modo in cui ci arrivano descritte – non semplificava la vita di per sé, ma il linguaggio credo di sì. Per le varie accezioni dell’amore, e di sentimenti ed emozioni che “amore” così come lo si usa correntemente non basta, c’era Eros. Non c’è bisogno di aggiungere alla parola più di quanto non sia già il contesto a mostrare.

Non fatico a pensare che la sensibilità dell’uomo “classico” fosse così più sottile da essergli sufficienti le immagini, e non avere bisogno di cercare ulteriori spiegazioni. La vita così come ne aveva esperienza era infinitamente più legata ai sensi. E che i sensi fossero più raffinati ed estesi, di quanto non lo siano ora, può fare riflettere su quanto realmente siamo evoluta come società.

Le apparizioni divine, la completa divinità della vita umana e della natura, gli erano chiare grazie alla sua vivissima capacità immaginativa, cioè di produrre immagini del pensiero.

L’amore che scuote la poetessa non sono convulsioni ma la foresta di querce su un monte che il vento avvolge e scuote. Come in una serata di inizio primavera, quando il cielo è limpido completamente, le stelle sembrano uscire da un abisso come diamanti illuminati, e il vento tira, passando sopra e in mezzo ad ogni cosa.

E gli odori e i gusti così pervasivi, la vita un’esperienza sinestetica, l’esatto opposto dell’alienazione. La divinità che ispira il sentimento è ciò che fa vivere l’uomo in tutte le sue dimensioni sensoriali.

Eppure anche noi, con tutte le differenze che rendono così diversi il nostro e il loro tempo, ancora soffriamo, desideriamo, e vediamo il mondo come se non ci fossero più api né miele, a volte.

P . A . G . V

Nota: traduzione dei frammenti (94, 50, 137, 52, 20) di Saffo da Lesbo di Salvatore Quasimodo

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