Il silenzio del rumore

Avete mai provato ad ascoltare il rumore provocato dalle auto in transito su una strada, magari di sera, quando il fragore del vociare umano, dei clacson e del traffico svanisce? Intendo proprio il solo e unico transitare delle auto, il loro scivolare sull’asfalto in modo regolare e cadenzato.

In una tranquilla sera quasi primaverile può capitare di trovarsi a camminare accanto ad una strada senza nessuno intorno, senza distrazioni o rumori. “Che silenzio!” si potrebbe pensare. In realtà, un’affermazione simile può essere proferita da chi sente, non da coloro che ascoltano. Faccio questa distinzione perché è fondamentale nella percezione che abbiamo del mondo e della realtà; è essenziale tanto quanto la differenza tra vedere e guardare, mostrata in modo molto esaustivo da Roberto Pasini nel suo libro Vedere e guardare. Le avventure dell’occhio nell’arte contemporanea. In esso egli considera le differenze di questi due approcci alla visione e crea una sorta di tabella di cui qui riporto alcuni elementi
Vedere:
passivo, globale, indiretto, universale, non intenzionale, fisiologico, indefinito, sintetico.
Guardare:
attivo, parziale, diretto, individuale, intenzionale, neurologico, definito, analitico.

Se sostituiamo ai due poli la coppia sentire e ascoltare troviamo le stesse differenze, ma applicate ad un altro senso, l’udito.
Ci troviamo all’aperto, come si diceva prima vicino ad una strada non molto trafficata, dal momento che è sera; la luce è quella dei lampioni che illuminano porzioni di realtà altrimenti nascosti e imperscrutabili. Se ci mettessimo ad ascoltare, scopriremmo dei suoni fino a quel momento trascurati, e ci potrebbe colpire in modo particolare il suono delle ruote delle auto che scivolano sull’asfalto. Non si tratta del rumore del traffico, non sentiamo suoni forti, rombi, squilli e stridori, bensì il solo scivolare, un suono sibilante, un fruscio indistinto, regolare e perturbante.
Il famoso compositore e teorico musicale americano John Cage (Los Angeles, 5 settembre 1912 – New York, 12 agosto 1992) disse in’intervista
“The sound experience which I prefer is the experience of silence. And the silence, almost everywhere in the world now, is traffic.” (L’esperienza sonora che preferisco è l’esperienza del silenzio. E il silenzio, quasi ovunque nel mondo ora, è il traffico.)

Egli teorizzò il silenzio come composizione musicale, di cui forse la punta più alta è il famoso brano 4’33”, in cui la vera melodia è costituita dai rumori ambientali prodotti dagli uditori: un colpo di tosse, un movimento, uno sbadiglio. 4 minuti e 33 secondi di silenzio apparente.
Il fatto che Cage si riferisca al traffico non è casuale. Egli aveva capito che nel mondo contemporaneo il silenzio vero e proprio non esiste e che un fattore fondamentale nella nostra quotidianità, soprattutto dal punto di vista dell’udito, è il traffico. Ora, anche nell’intervista di cui sopra, in sottofondo si poteva sentire il frastuono delle auto e dei clacson, ma non è questo tipo di rumore che ci interessa in questo contesto. Qui si parla di suoni e non di rumori, di lievi fruscii e non di rombi.
Dal punto di vista visivo, si possono citare due artisti che a mio parere aiutano a visualizzare il concetto. Da una parte Jackson Pollock e il suo White light del 1954 dove possiamo percepire una visione caotica, frastornante e convulsa, componente che caratterizza la pittura americana detta Action painting. In quest’opera in particolare sono presenti linee rette di vari colori, simili alle luci dei lampeggianti delle auto, che sfrecciano ad alta velocità e che non abbiamo il tempo di afferrare.

white-light-pollock

I quadri della maturità di Pollock sono rumorosi, fanno chiasso e non conducono l’occhio in un centro, poiché IL centro non esiste, sono omogenei nella loro confusione. Successivamente Pollock sembra accorgersi del fatto che troppo rumore locale può portare ad uno schiamazzo collettivo e quindi allo zero acustico (e di conseguenza all’assenza comunicazionale); per questo successivamente inserirà nelle sue opere anche elementi che serviranno a smorzare il frastuono, ma questa è un’altra storia.

Dall’altro lato abbiamo un artista che potrebbe incarnare il silenzio del rumore, ovvero Kazimir Malevič e il suo Quadrato bianco su fondo bianco datato 1918. Quest’opera è potente, nella sua essenzialità. E’ un punto estremo della pittura contemporanea, in cui il soggetto non esiste più in modo evidente in quanto è stato sostituito da un colore, il colore dell’azzeramento, dell’apparente silenzio: il bianco. In realtà il silenzio che deriva da quest’opera è un silenzio denso, come le pennellate stesse. È un silenzio mistico, di contemplazione di un’arte suprema che pone l’opera a sostituzione delle icone russe davanti alle quali l’uomo poteva contemplare l’Assoluto.

malevic bianco

Con questo non voglio paragonare l’arte suprematista di Malevic al traffico serale in una tranquilla cittadina nel bolognese, sia chiaro, ma il senso di tutto questo è che il silenzio fa rumore, sia esso un fruscio di auto o una pennallata bianca che racchiude in sè il silenzio rumososo del pensiero.

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