Hopper: la grafica pubblicitaria alla genesi dell’arte

Quando mi invitarono a scrivere per “Artificiosa Rota” ero un po’ recalcitrante. Non tanto per mancanza di idee (in quanto qualcosa su cui scrivere la si trova sempre), bensì perché sarebbe stata la prima volta che avrei scritto un articolo destinato, probabilmente, ad essere pubblicato sulla Rete.

Mi sono dunque posto il problema del cosa trattare e, un po’ imbarazza dirlo, Hopper è da sempre stato uno dei miei cavalli di battaglia. Tuttavia occorre precisare che, come i più, mi sono sempre soffermato sull’analisi di questa figura artistica nel periodo dei suoi più conosciuti lavori.

Poco osservata rimane la sua prima attività, ovvero quella che esercitò come grafico pubblicitario, assolutamente degna di una qualche menzione in quanto, in questi suoi esordi, viene a manifestarsi quella che sarà, da una parte la sua poetica e dall’altra il suo modus operandi.

Non tratteremo quindi di quei lavori che vengono universalmente considerati come le sue opere migliori (Soir bleu o, l’ancora più famoso, Nighthawks), ma guarderemo a quelli un po’ più sconosciuti, realizzati per l’appunto nell’ambiente in cui si muove il grafico pubblicitario al fine di tracciare quelle che sono le linee guida della sua pittura. Occorre precisare – ed il lettore mi perdonerà – che utilizzo in questa sede il termine “pittore” nella sua forse più erronea accezione. Sarebbe effettivamente giusto parlare di “grafico” dato il fatto che analizziamo questo pilastro dell’arte americana nel periodo in cui ancora esercitava la sua attività. Ciò non toglie che egli comunque sia un pittore e che questa fase della sua vita altro non rappresenti che una genesi propedeutica ai suoi più apprezzati lavori.

 

Edward Hopper (1882-1967) nasce a Nyak, nello stato di New York. Il giovane manifesta sin dalla tenera età una spiccata preferenza per la pittura. Questo suo desiderio non incontrò il dissenso dei suoi genitori che si limitarono a consigliargli di studiare l’arte della grafica pubblicitaria e delle illustrazioni affinché una base finanziaria fosse assicurata. Si iscrisse dunque alla Correspondence School of Illustrating a New York, per poi lavorare presso “Scherman & Brian”.

Non è dunque da recriminare il consiglio dei genitori, che volevano solamente assicurare l’indipendenza economica al figlio, ma l’attività di grafico pubblicitario sarebbe a lungo stata detestata dal pittore dell’American way of life.

Fino al 1910, data del suo ultimo viaggio, visitò molto in Europa ed ebbe quindi l’occasione di entrare in contatto con la cultura artistica del luogo. Il suo approccio non deve essere stato dei migliori con l’arte del posto dato che denigrò alcuni dei suoi maggiori esponenti. Le sue parole sono infatti taglienti: “Rodin è il capo di una banda che spaventa i bambini, Cézanne non ha avuto alcuna formazione, Matisse è del tutto privo di qualità”. Per Hopper tutta la nuova arte era “indisciplinata e degenerativa”, ma nonostante questo suo vivo disprezzo non mancò, per certi versi, di esserne influenzato: apprezzava per l’appunto Sisley, Goya e tanti altri, tra cui Degas, di cui adottò la particolare tecnica prospettica.

Analizziamo ora una sua opera commerciale ed una più artistica, ossia confronteremo l’illustrazione “Boy and the Moon” con l’opera in acquaforte “Evening wind”.

Boy and the moon, 1906-1907, acquarello e china su carta, Collection of Whitney Museum of American Art.

Boy and moon

Un elemento che contraddistingue la pittura di Hopper è l’immediato passaggio dallo spazio interno a quello esterno. Qui abbiamo una prima espressione di quello che sarà il suo motivo più utilizzato. Un ragazzo svegliandosi nel cuore della notte si volta verso la parete completamente squarciata, osservando la luna che si riflette in uno specchio d’acqua. In quest’illustrazione commerciale ha sede anche quell’idea di sospensione e mistero propria del suo stile. Il volto del ragazzo è rivolto verso lo squarcio e, di conseguenza, a noi spettatori è celato. Ma noi guardiamo il paesaggio notturno assieme al ragazzo, come stessimo guardando una tela nella tela. Apprezziamo come l’illustratore crei un passaggio cromatico delicato ma, al tempo stesso, incisivo tra interno ed esterno, la posizione del busto e, forse, anche l’insieme dell’opera sembra richiamare a Toulouse Lautrec mentre la prospettiva, inclinata ed ardita, si ispira chiaramente all’arte di Degas. Come certo ricorderemo sia l’Impressionismo che Lautrec cominciarono ad avvicinarsi alla moda giapponese ed alle sue stampe. Sembra che Hopper sia quindi anche stato influenzato dalla corrente del Giapponismo, di cui si dimostra un allievo capace.

Evening wind, 1921, acquaforte, Collection of Whitney Museum of American Art.

Evening wind

Quasi quindici anni dopo dal precedente lavoro Hopper realizza con la tecnica dell’acquaforte “Evening wind”.

Le stampe giapponesi sembrano ora un ricordo lontano e, se prima solo la prospettiva ci ricordava Degas, ora la sua presenza è palese come il vento che muove sinuosamente le tende. Una donna nuda colta in una posizione del tutto particolare sale sul letto voltando improvvisamente il capo in direzione delle tende, mosse dal vento serale. La prospettiva, come il soggetto e la sua posizione richiamano alla figura del pittore francese. È interessante notare come l’influenza dei pittori francesi abbia interessato le sue prime opere e quelle un po’ più tarde, come fossero delle care compagne che non devono essere lasciate indietro.

smash the hun
Hopper come artista non emerse sino al 1923. Sul divertente aneddoto della sua ribalta ci

torneremo magari in un futuro articolo, ma ora è interessante notare come una carriera da lui disprezzata come quella del grafico gli fece meritare l’attenzione del pubblico. È infatti nel 1918 che vince il primo premio in un concorso per manifesti di guerra con “Smash the Hun”. Da questo momento, come per effetto domino, cominciarono ad essere vendute anche le sue acqueforti.

 

In conlusione

Un breve articolo, questo, che pare insufficiente per questa figura. Un articolo che raccoglie informazioni da libri di buona caratura e considerazioni personali sparse. Ciò vuole anche essere un invito non tanto a guardare, bensì a pensare. Etichettare Hopper come “pittore della solitudine” è un tentativo, a mio parere, un po’ grossolano di ammiccare al pubblico fornendo un titolo invitante. Lo considero un errore. Equivarrebbe a dire che nessuno prima di lui ha mai affrontato sulla tela questo tema. Vorrei ricordare che anche Munch rappresenta a modo suo la solitudine, come tanti altri prima e dopo

Spesso non consideriamo il contributo che Hopper ha dato alla cultura cinematrografica. In alcune scene di serie televisive troviamo tipiche ambientazioni che rimandano a Nighthawks, purtroppo non trattato.

È il caso di un episodio dei “Simpson” degli anni 90 o, ad esempio, di serie televisive di più nuova generazione come “Pretty Little Liars”.

 

Poi, come un artista viene influenzato dal proprio maestro, anche altri grafici prendono spunto dalle sue opere. Ad esempio in alcune locandine di film.

Persone al sole

Persone al sole (1960)                          

Le particelle elementari (locandina)

Locandina del film “Le particell elementari”

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