Lost: quando la morte cessa di far paura.

“La morte è solo l’inizio del secondo tempo.”

Lucio Dalla.

Perché tra tutti gli aforismi sceglierne uno così semplice e che dice così poco, ma che al tempo stesso dice così tanto? Potremmo dire che è quello che meglio appartiene a questa serie, in quanto la serie stessa è fatta di “tempi”. Il “tempo”, poi, è un concetto che viene sfiorato nel finale, appena accennato ma che è un concetto chiave per la sua comprensione.

Lost è una serie che è stata, per sei intere stagioni, campione d’incassi negli USA e che è stata in grado di tenere col fiato sospeso milioni si spettatori in tutto il mondo. Il regista è di religione ebrea, mentre lo scenenggiatore (nonché suo caro amico) è cattolico praticante. Si è quindi scelto di analizzare il finale in quest’ultima chiave per ovvie ragioni.

La storia si apre sul volo Oceanic-815 che precipita su di un’isola in seguito a delle violente turbolenze. I superstiti sono tanti, ma la storia ovviamente si concentra su una venticinquina scarsa di essi. Il bello di lost è che non fornisce una visione solamente unilaterale. La storia dei superstiti è la nostra storia. Ognuno di essi ha i propri demoni, degli scheletri nell’armadio. Gli altarini dei protagonisti compaiono nel corso delle sei stagioni e sfido chiunque stia leggendo a non identificarsi in almeno uno di essi: abbiamo infatti chi ha un rapporto complessato con il padre, chi è ricercato dalla polizia, chi è un truffatore, chi un drogato, chi è malato… E così via, il mosaico è tanto ricco quanto vario. Le loro anime sono le nostre anime, noi le accompagnamo nella visione del telefilm, con loro gioiamo e piangiamo. Esultiamo e, spiace dirlo, ci incazziamo perché vediamo questi disgraziati che ne passano di ogni solo perché vogliono tornare a casa. Ma la faccenda è molto più complessa di come io la stia proponendo. La chiave di volta è per l’appunto il finale. I protagonisti, se non riescono a toccare le nostre più sensibili corde dell’animo durante lo svolgimento della trama, demanderanno il compito ad un finale tanto struggente quanto agrodolce. Ovvio che chi guarda è invitato, anzi, deve prestare attenzione a quello che capita nel telefilm. Se lo si prendesse alla leggera il finale sarebbe scontato, privo di una qualsiasi valenza estetica o, più propriamente, morale. I precetti filosofici che invita ad analizzare sembreranno raffazzonati, “buttati lì”, solo per rendere più affascinante una fine di cui forse non si capirebbe assolutamente niente.

Flashback – flashforward – flashsideways

A Mr. Abrams piace sfidare la tradizione cinematrogafica. Lost per l’appunto ha rivoluzionato il concetto di fare telefilm con queste tecniche narratologiche del tutto particolari. Non ne predilige una, bensì tre: i flaschback che narrano il passato dei protagonisti, i flashforward che narrano le vicende dei protagonisti una volta tornati a casa (per chi ovviamente riesce a tronare a casa) ed i flashsideways, che narrano una sorta di vita parallela. L’ultimo, forse il più importante, sarà importante per il nostro finale.

Ma perché mai giocare con queste tecniche? Probabilmente si vuole far sentire lo spettatore spaesato. Ogni episodio è ricco di spezzoni inerenti la vita dei protagonisti. Tant’è che nel passaggio tra le tre tecniche capita sicuramente di chiedersi “ma questo è successo prima o dopo?” o “ma qui sono già tornati a casa?”. Lo spettatore vive, guardando la serie, in una giungla di pensieri e ricordi, ricordi che fanno male e dolci pensieri (un po’ come la giungla stessa nella serie).

L’isola e le sue entità

Che cos’è l’isola? Domanda stupida quanto sensata. A mio parere l’isola altro non è che un’isola. Ricca di misteri, certo, ma sempre un’isola rimane. C’è chi l’ha vista come una sorta di “stazione”, un purgatorio in cui le anime man mano che si spengono vanno “dall’altra parte”. Quest’idea, non priva di un qualche senso se vogliamo, è dettata dal fatto che molti sono stati tratti in inganno dalle ultimissime immagini dell’episodio finale: i rottami dell’aero senza un’anima nei paraggi, quasi a voler dire che il vissuto dei protagonisti è stato una fantasia, un sogno, un purgatorio. Tuttavia il regista l’ha detto e ripetuto: la serie si conclude con la scritta “Lost”; le immagini successive sono state aggiunte dalla casa di produzione. Quindi prestiamo fede alle parole dette e scartiamo quest’ipotesi che, a ben pensarci, avrebbe reso vana una produzione che vanta sei stagioni dagli altissimi aduience.                         L’isola non è un sogno, è tanto reale quanto chi scrive. E’ un terreno in cui, come in tutto il mondo, si scontrano bene e male. Indizi sparsi, metafore fittizie e simbologie ci invitano a vedere l’isola come un tappo che tiene a bada il tanto discusso fumo nero (scomodiamo pure la teologia e vediamoci tranquillamente Satana) che può impossessarsi dei corpi che giungono sull’isola già morti (il padre di Jack e Locke), in grado di sedurre con vane promesse e spinto dalla forte intenzione di distruggere l’isola “tappo” per potersi liberare nel mondo. Guardiano del “tappo” (cerchiamo di dare ironia alla storia) altri non è che Jacob, in cui fatichiamo a vedere un probabile Dio onniscente ed onnipresente anche se agisce come tale: le sue frasi sono enigmatiche, le domande altamente introspettive e il suo volere celato. Come Dio non da risposte apparentemente chiare. Quello che chiede e di fidarsi di quello che dice. Egli entra in contatto con i superstiti ed essi altro non fanno che incaranare il dubbio. Ora, non è forse questo un atteggiamento tipico di chi crede?

Rimaniamo di stucco quando vediamo che il fulcro dell’isola è un vero e proprio tappo posto sotto terra. Il fatto affascinante è che nel momento in cui la storia sembra cadere nel ridicolo (il male segregato per mezzo di un tappo posto dal bene è una storia che si ripete), e che sia destinata a continuare sullo stesso registro si riprende. Il fatto lo scopriamo verso la fine della sesta stagione. Non all’inizio, non alla metà. Ma alla fine. E ci si sofferma sopra con un numero di episodi che si può contare con le dita di una mano. Il fine ultimo della serie non è il conflitto tra le due entità (la solita storia trita e ritrita), bensì una riflessione su quella che è la morte, e su cosa ci aspetta dopo di essa. Probabilmente è un espediente per giungere ad una tale riflessione.

Numeri, progetti e altro        

Ho sentito molti commenti al riguardo. La serie non spiega nulla, ha lasciato troppe cose in sospeso… I numeri… il progetto Dharma…

Ma soffermiamoci a pensare un attimo a come si sia giunti al finale. Lì ci siamo arrivati nonostante molte cose siano state spiegate ed altre invece non abbiano proprio senso. Quindi: è indispensabile conoscere il significato dei numeri o chi siano in realta gli “altri”? E’ indispensabile sapere cosa facesse il “Progetto Dharma”?

Non potermmo semplicemente accontentarci di quello che ci è dato sapere? Mi piace vedere il regista che gioca sul perpetuo bisogno dell’uomo di sapere ogni cosa della vita. Ma quante volte noi della vita non capiamo molti perché?

Queste cose non erano destinate ad avere un perché o un come. Sono capitate e basta. Come quello che capita sull’isola. Il susseguirsi degli eventi è dovuto al destino o sono state le scelte fatte dai diversi protagonisti ad influenzare la storia?

Tutte e due. Chi uno e chi l’altro ma entrambi hanno avuto la loro parte.

Finale

Sul finale potremo dedicare un file a parte. Gli argomenti trattati toccano la teologia, la filosofia, la psicologia… Quello che il regista è riuscito a condensare perfettamente in dieci minuti io non sarei in grado di riproporlo in un testo altrettanto breve.

In Lost tutto è simbolo, metafora e indizio. Il finale si propone, in una esemplare coerenza e attraverso una mistura di questi elementi, di dare una spiegazione (o prefigurazione se il lettore lo vuole) di cosa ci aspetta dopo, dall’altra parte. Dopo la morte insomma o, meglio, ciò che accade subito prima.

Evitiamo dunque qualsivoglia disquisizione escatologica come certi hanno cercato di suggerire. Qui le cose ultime non vengono trattate, non si parla della fine del mondo. Ergo, accantoniamo le aspettative che delle risposte a ciò che vi è dopo vengano date. Sicuramente il lettore avrà notato che non esito a tirare in ballo la teologia. Questo perché nella serie è un argomento un po’ costante. Nel corso della trama i protagonisti pregano sulla spiaggia, costruiscono una chiesa e uno di essi era addirittura un novizio in un monastero. Inoltre, parlare del finale senza questa materia è un’impresa ardua.

Analizzare tutto l’episodio non è possibile, anche perché dura quasi due ore e ricordo che questa è una interpretazione del tutto personale: chi scrive non detiene la verità. Ma già gli ultimi dieci minuti richiedono un’analisi accurata. Potremmo aprire la scena su Jack e Kate in macchina. Lei, in procinto di scendere per dirigersi in chiesa dice a Jack che lo avrebbe aspettato con gli altri per “andare via”. Questo pezzo di frase “ci sta lì”, non lo digeriamo. Non capiamo. Siamo confusi, anche perché sarebbe tutto troppo facile liquidare la storia con un “andare via”. Poi gli dice che sarebbe potuto entrare dal retro. Il retro. Che altro non è che una sagrestia, il luogo dove il prete si prepara prima della celebrazione. A questo vorrei aggiungere, anche se forse il collegamento risulta stiracchiato, la quinta fase dell’elaborazione del lutto: l’accettazione. Nella sagrestia Jack trova la bara del padre vuota. Al tocco col legno comincia a ricordare quanto vissuto sull’isola. Tutto. Dall’incidente all’ultimo bacio con Kate (destinato a non avere un seguito). Una voce dietro di lui lo chiama. E’ suo padre. Figura chiave su cui non possiamo dilungarci troppo, la quale ha il compito di far capire a Jack la situazione. Qui, se si ascolta, tutto ha un senso.

Christian fa comprendere a Jack che egli è morto. In quella chiesa sono tutti morti: Kate, Hugo, Shannon, Boone, Locke… Tutti quelli con cui ha avuto un rapporto sull’isola. Poiché tutti muoiono prima o poi. Chi prima, chi dopo. Jack è morto; Hugo, rimasto sull’isola, può essere morto anche anni dopo, Kate è riuscita a tornare a casa… Sono tutti lì addesso, anche se un “adesso” non esiste in quel luogo.

Ricordiamo che qui siamo in un flash sideways. Una vicenda parallela a quanto sta accadendo sull’isola. Quello che è accaduto sull’isola è successo realmente e, la chiesa, è il luogo che le anime hanno creato per potersi incontarare nuovamente. Non per andare via, bensì per “andare avanti”.

Praticamente: mentre noi viviamo, la nostra anima sa quando morirà, poiché viene da Dio e lui solo ha programmato la nostra morte. In un certo senso la nostra anima si prepara sia prima che dopo la morte. Noi su questa terra siamo già in una sorta di paradiso, siamo noi che la rendiamo un purgatorio o, talvolta, un’inferno. Gli altri personaggi hanno avuto modo di ricordare cosa è loro successo, come sono morti e tutti si sono ritrovati in chiesa in attesa di Jack, il tassello mancante.

Notiamo la finestra della sagrsetia che, decorata con mosaici reca i simboli delle diverse religioni: la croce (cristiana), lo yin e lo yang (filosofia asiatica), la stella a sei punte (ebrismo), la luna stellata (islamismo), l’om (induismo) e la ruota (simbolo pagano in cui non esito a riconoscere l’ateismo). Ma perché porre dei simboli tali sulla vetrata di una chiesa, cattolica per di più? Perché non importa a quale religione noi apparteniamo. La morte è una realta verso la quale noi tutti procediamo ineluttabilmente, così come quello che vi è dopo.

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Jack ha accettato il suo lutto, ma ancora non capisce: “andare avanti,dove?”chiede giustamente. Il padre lo invita a varcare il soglio per entarare nella navata della chiesa, dove tutti i personaggi si abbracciano con una musica di sottofondo melodiosa e felice come quello che sta accadendo al suo interno.

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Ormai l’isola pare una realtà lontana, anche se vediamo cosa succede nel mentre: Jack, ferito mortalmente, barcolla; mentre nella Chiesa viene accolto ed abbracciato. Lì vi incontra ancora l’amata Kate. Moribondo raggiunge il punto esatto in cui si è svegliato all’inizio di tutto e, mentre si accascia per terra, Kate, in chiesa, lo invita a sedersi sulla panchina, insieme a tutti gli altri. Il Padre apre la porta principale e la luce invade l’interno della Chiesa fino ad illuminare ogni cosa, mentre l’occhio del protagonista morente si chiude così come si è aperto all’inizio del primo episodio.

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Un finale che riprende l’inizio. Un finale che, nonostante la storia d’amore con Kate non sia proseguita, ci da la speranza che dopo la luce accecante abbia un seguito. Un finale che tranquillizza il lettore, poiché il bianco è purezza, e ciò che è puro non fa mai male. Un finale aperto che, paradossalmente, conclude perfettamente un’avventura. Un finale degno, in un crescendo di emozioni e lacrime. Un finale, che è anche un inizio.

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