Vai con l’adattamento (II)

– [ Per la prima parte: https://joepicchiblog.wordpress.com/2016/03/26/vai-con-ladattamento-i/ ] –

Parte II – Sul cambio del medium

Una delle parole chiave riportate nella parte precedente è contesto. Nel nostro caso il cambio di contesto corrisponde al trasportare un determinato prodotto artistico in una sede diversa, ossia in un diverso mezzo o, per dirla alla latina, medium (Roman Jakobson parlerebbe di canale e di funzione fàtica). Come detto prima tale cambiamento comporta una conformazione del soggetto adattato a nuove regole e quindi ad un nuovo modo di presentare trama e contenuti. Ovviamente le difficoltà in un processo simile sono dietro l’angolo: non è raro che un’opera risulti difficile (Watchmen ebbe una gestazione di circa vent’anni prima di comparire su grande schermo nel 2009) o addirittura impossibile da adattare se non con particolari espedienti (se non si fosse fatto ricorso al metacinema probabilmente A Cock and Bull Story, cioè la versione filmica dell’antiromanzo di Laurence Sterne Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, probabilmente non avrebbe mai visto la luce). La domanda che a questo punto ci fa entrare nel vivo della questione è: quali sono questi casi? O meglio, quali difficoltà pongono gli adattamenti e quali media coinvolgono? Da qui in poi descriveremo, sulla base delle conclusioni della prima parte, il media di partenza e vedremo quali strade può prendere, fornendo degli esempi abbastanza noti per chiarire meglio il tutto. NON verranno trattati videogiochi e fumetti perché rappresentano un caso del tutto singolare che merita di essere trattato altrove, così come i film ispirati ad eventi realmente accaduti o biografici.

a) Radio

Radio

Prima del boom della televisione negli anni Cinquanta (domenica 3 gennaio 1954 ebbero inizio i programmi RAI e l’anno seguente gli Stati Uniti cominciarono a trasmettere a colori) il principale strumento d’informazione e intrattenimento era la radio. Lo sapevate che le soap opera erano in origine dei drammi in puntate trasmessi via radio? E vi ricordate del panico scatenato dalla versione radiofonica di Orson Welles de La guerra dei mondi? Oggi i tempi sono ovviamente cambiati e la radio predomina soltanto nel campo delle trasmissioni musicali, nonostante i canali televisivi facciano di tutto per impossessarsene fin dagli anni Ottanta. Ciò nonostante essa ha ancora un gran numero di “adepti” e la sua figura è diventata, per i più anziani, simbolo della nostalgia per i tempi passati (i Queen ci hanno dedicato una canzone e Woody Allen un film). Tornando al nostro discorso, la radio può essere considerata, in un certo senso, un ritorno alla dimensione orale: come nell’antica Grecia l’aedo eseguiva in pubblico i poemi omerici perché la comunità ascoltasse e condividesse i valori e le storie trasmessi attraverso le sue performance, allo stesso modo un vasto pubblico può condividere notizie, intrattenimento e, soprattutto, musica attraverso di essa.

Inoltre la radio nasce fondamentalmente come trasmissione a distanza di messaggi in mancanza di cavi: si passa pertanto da un testo ad una serie di segnali al discorso di uno speaker. Ciò determina una fruizione pubblica in un tempo preciso e limitato nel tempo rispetto ad una privata in un tempo illimitato offerta, per esempio, da un libro (una via di mezzo è stata comunque trovata negli audiolibri). D’altra parte è innegabile che la radio stimoli la mente in maniera differente da un romanzo a causa della mancanza di un testo sottomano e che quindi porti l’ascoltatore a focalizzarsi maggiormente sul messaggio, in modo che capisca quali emozioni provare dal modo in cui vengono pronunciate le parole e che si figuri determinate immagini con l’ausilio dei suoni di contorno, che siano musicali o no (cosa che praticamente è la base comunicativa delle canzoni). Tralasciando le storie legate alla radio (si veda I Love Radio Rock) quali sono gli adattamenti possibili che essa può offrire o creare? Innanzitutto citiamo di nuovo le soap opera per dimostrare come abbia diffuso il concetto di serialità e di puntate e La guerra dei mondi di Welles per notare quanto sia un mezzo utilissimo ed efficace per narrare delle storie (e di come oggi, purtroppo, se ne sia persa l’usanza). C’è da dire che non tutti le potenzialità di questo mezzo si adattavano ad un altro o erano in grado di produrre qualcosa di soddisfacente. Tuttavia di interazioni non ne mancano. Dal 1974 infatti la Minnesota Public Radio ospita un varietà dal vivo, A Prairie Home Companion, da cui Robert Altman ha preso spunto per il suo omonimo e ultimo film, da noi ribattezzato Radio America. Ma il caso più famoso è sicuramente quella del celebre capolavoro di Douglas Adams Guida galattica per gli autostoppisti, una serie radiofonica in due stagioni adattata dallo stesso autore in due romanzi a cui sono seguiti altri tre libri, un videogioco, una serie televisiva e un film nel 2005 basato su una sua sceneggiatura (che egli non poté mai vedere trasposta a causa della sua prematura scomparsa). Ciò che in questi adattamenti non manca mai è il suono e il ruolo predominante che in essi gioca la score (che differisce dalla soundtrack). Non dimentichiamo infine, anche se non hanno sempre a che vedere con la radio, i brani dotati che hanno fornito le basi di film come Alice’s Restaurant di Arthur Penn e Convoy di Sam Peckinpah.

b) Opere figurative

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Ancora meno utilizzate dei soggetti radiofonici sono le opere legate alle arti figurative, quali quadri, fotografie, sculture e simili. Tuttavia anche qui possiamo trovare delle idee interessanti e particolari. Ad esempio Flags of Our Fathers di Clint Eastwood è in buona sostanza tratto dalla foto Raising the Flag on Iwo Jima di Joe Rosenthal, anche se il materiale narrativo proviene dal libro di James Bradley e Ron Powers che descrive l’addestramento e le gesta dei soldati ritratti nella suddetta foto. Così I colori della passione e La ragazza con l’orecchino di perla provengono da due celebri dipinti e dai libri che ne disquisiscono (rispettivamente un saggio di storia dell’arte e un romanzo). E riflettendo proprio sui saggi di storia dell’arte si può notare come anche essi (e i saggi o libri scolastici in generale) risultino una trasposizione, in quanto il loro fine è restituire il senso o il messaggio trasmesso dalle opere di cui trattano in un mezzo diverso da quello per cui sono state concepite: le grammatiche e i testi di fisica non vanno considerati la grammatica o la fisica in quanto mera restituzione del contenuto delle stesse, sul quale nemmeno gli studiosi sono sempre concordi. Sarà dunque ancora più difficile trasmettere questo contenuto in una forma di carattere narrativo (escludendo, quindi, i documentari) che sappia andare oltre il semplice intrattenimento visivo e faccia rivivere lo spirito dell’opera originaria mediante una trama e dei personaggi tridimensionali. Va ricordato, tuttavia, che fotografia, pittura e le arti figurative sono presenti nella mente dei registi fin dagli albori del cinema e si sono ritagliate nel tempo uno spazio sempre maggiore, dalle raffinate citazioni da parte di autori come Renoir, Hitchcock o Tarkovskij fino alla trasformazione dell’oggetto pellicola in uno strumento per realizzare un qualche manufatto artistico. Come è necessario distinguere fotografie di alto livello e professionalità e fotografie artistiche, ossia nate apposta per essere un’opera d’arte, così bisognerà tenere separati film che nel campo cinematografico sono opere d’arte (come possono esserlo Quarto potere o Metropolis) e film che effettivamente sono opere d’arte, dove il mezzo cinematografico svolge “semplicemente” lo stesso ruolo che viene svolto dal rullino, dalla pietra o dalla tela (si vedano le sequenze surrealiste, gli esperimenti della Pop Art e i filmati di body art). Un’unione tra queste due dimensioni sarebbe difficile, ma efficace, a patto che la riflessione artistica non sopprima l’elemento narrativo e la caratterizzazioni dei personaggi. A questo proposito non si può non citare Barry Lyndon di Stanley Kubrick, che oltre a fornire un esaustivo ritratto del Settecento emulando in parecchie scene immagini di famosi quadri dell’epoca ci dà la sensazione di trovarci esattamente dentro di essi e viverli, soprattutto grazie alla fotografia di John Alcott, alle scenografie di Ken Adam, Roy Walker e Vernon Dixon e a costumi della nostra pluripremiata Milena Canonero. Potremmo fare altri esempi, ma basta soltanto ricordarci che la fantasia umana è senza confini e che certamente saprà fare tesoro di altri oggetti e forme particolari per trarne ispirazione da porre in nuovi progetti.

NB. La terza parte dell’articolo verrà pubblicata sul blog Joe Picchi’s Review (https://joepicchiblog.wordpress.com/).

2 thoughts on “Vai con l’adattamento (II)

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