L’amore e l’infinito

E’ nel superare la lacerazione, nell’avvertire l’infinità non come ideale tradito, ma come slancio perenne, che l’io giunge ad amare. L’infinità, non è più un dovere da adempiere, né un’aspettativa sociale alla quale conformarsi, non è neppure la voce fioca della coscienza ad indicarmi la via; né più alcun contenuto determinato, alcun dato, alcuna legge che sfaldi i miei desideri.

Amare è oltrepassare qualsiasi legge, è il non soffermarsi più allo stabilito, al morto, ma ripartire sempre, per non giungere mai ad un punto di arrivo.
Il concreto è qui il realizzarsi di ciò che non mostra mai il pieno volto, è il salire un sentiero che non conosce vette.
Amare è trascendersi, è lasciarsi avvolgere dall’Evento che si oblia, mostrandosi; è idealizzarsi, senza tendere ad alcun ideale dato, ad alcuna realtà da possedere, ad alcun immediato da inglobare.

Chagall67

“Eros è filo-sophos”

E’ questa una delle grandi intuizioni di Platone. L’amore è realizzarsi nel non essere mai un realizzato, è forza sublime che lacera gli amanti, elevandoli ad un’unità mai definitiva, ma da costruirsi con le fatiche e il sudore, nel rigenerarsi sempre, sacrificandosi.
Chi ama, infatti, abdica, deponendo le armi; si disimpegna nei confronti di sé, per ritrovarsi come realtà viva.                                                                                                        Alterità che si lascia compenetrare, che si disvela, che nell’intenderla non è più solo altra; è presenza del mistero, ma di quel mistero che ci inonda, senza potersi risolvere.
Poiché risoluzione è congelamento dell’amore, è morte dello stesso, ovvia il movimento di chi rinasce nel brivido di un istante cessa, in quel rimanere aggrappati all’esistere, senza esserne mai sazi.

chagall

“Chi non dubita non ama”

Il dubitare è qui il travaglio di chi si avverte uno, senza poterlo essere, è il sapersi come intero, ma anche come frammento, è contraddizione che non si nega, vuoto non colmabile.                                                                                  Io sono l’altro, distinto da me, anzi a me opposto: questo il dramma dell’amore, furore celestiale, energia che spinge all’edificazione di un Sè più autentico, di un Noi che non sia semplice giustapposizione, e che si configura nella propria impossibilità.
Impossibile nel sottrarsi perennemente, nell’ignoranza dell’altro che non si lascia com-prendere, che fugge proprio quando parrebbe essere avvicinato; eppure in tale im-possibilità è deificarsi dell’umano, vivere un’esistenza autentica dai contorni in fieri.                                                       L’infinità è meta dell’amore, ma non porto da raggiungere, bensì nave da costruire e da ricostruire; si è infinità nell’avere coscienza di esserlo, nel sapersi come non-altri rispetto all’infinito stesso, nel non possedere mai, nel tendere (da non intendersi come tendere ad un risultato “altro”, poiché tali alterità sarebbe limite dell’in-finito, ma come eternità del farsi).

Eppure il finito non cessa di richiamarci a sé e quel volto dove si rifletteva il colore del cielo, ora torna ad offuscarsi.

L’altro che siamo noi, quello spirito vivo che ci completa, ci destabilizza. Ci disgreghiamo, e in tale modo ci liberiamo, andiamo oltre, non siamo più agricoltori di un orticello angusto.                                                                                           Ma la terra che abbandoniamo è anche quella che ci richiama a sé e quei timori che parevano superati eccoli riaffacciarsi sull’orizzonte dell’Io. Il finito si riappropria del sé tra le pieghe di egoismi quotidiani, nell’angoscia che quel viaggio possa concludersi, nella certezza che, un giorno, si concluderà, comunque; e l’affermazione dell’amore di contro alla morte sembra non essere più certo, poiché quell’altro che noi stessi siamo si scomparirà, poiché quel tempo vissuto, quel santissimo volo, sarà nulla.
L’Io avverte come non mai il dramma dell’amore, la sua impossibilità, che è il dramma della vita; avverte lo smarrimento dinnanzi ad un abisso incolmabile e torna a comprendersi come separato, come altro per l’altro, come distinto destinato al dileguare, come finito prossimo al tramonto.                                                                                  Amare è quindi tendere all’unità con l’Altro, senza poterlo essere mai propriamente.
Amare è il farsi infinito di quella finitezza che non cessa di richiamarci a sé, è il confliggere di morte ed eternità, è il non poter affermare con sicurezza chi avrà la meglio, poiché l’avvertirsi come vita assoluta ancora non è disgiungibile dal percepirsi come precari, dal terrore della perdita, dal sospetto di essere destinati ad essere meri frammenti.
Amare è liberarsi del tempo, nel dubbio invincibile che esso possa liberarsi di noi.

chagall5555

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