Vai con l’adattamento! (IV)

– [ Per la prima parte: https://joepicchiblog.wordpress.com/2016/03/26/vai-con-ladattamento-i/ ] –

– [ Per la seconda parte: https://artificiosarota.com/2017/05/14/vai-con-ladattamento-ii/ ] –

– [ Per la terza parte: https://joepicchiblog.wordpress.com/2017/05/22/vai-con-ladattamento-iii/ ] –

e) Cinema

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Ebbene sì, il cinema può trarre ispirazione da se stesso, talvolta. Tralasciando le parodie (più associabili alle citazioni), si parla nella fattispecie dei remake, letteralmente ri-facimenti. In questo caso un adattamento, se così si può definire, sta nel ricreare degli elementi presenti nel lavoro originale a seconda della lettura che ne danno i nuovi autori o dell’approccio che essi hanno con i suddetti elementi. I remake, infatti, sono di solito prodotti dopo vari anni dall’uscita della loro “matrice” e qualche volta in paesi diversi, quindi è naturale che si adattino ai nuovi tempi per venire incontro ai gusti del pubblico e a modi di raccontare inediti. Ovviamente stiamo considerando pellicole di spessore e non i vari esempi americani di riproporre anche formule che avevano già funzionato una volta (cosa che purtroppo sta prendendo piede anche nel cinema italiano, che guarda alle commedie di successo dei colleghi francesi). In quei casi si tratta semplicemente della crisi delle idee da cui Hollywood cerca di sfuggire mediante la soluzione più semplice, ovvero riscaldare anche una minestra qualunque (anche dopo pochi anni) che abbia un certo seguito giusto per essere sicuri di non rimetterci nelle spese. In breve, non parliamo della comodità legata all’occasione di poter ri-fare un film, bensì del ragionamento che viene fatto dietro determinati progetti, di come il risultato finale (evento raro ma accaduto) possa raggiungere se non superare l’originale e quale sia la mentalità da adottare qualora si guardasse ad opere straniere. Tre i grandi, validi e memorabili esempi che ci vengono in aiuto. Il primo è La cosa di John Carpenter, horror-fantascientifico tratto dal racconto Who Goes There? di John Campbell: rispetto al precedente La cosa da un altro mondo, diretto dal suo idolo Howard Hawks nel 1951, Carpenter introduce due differenze importanti che permettono al suo lavoro di non copiare pari pari e distinguersi dal resto degli altri horror in circolazione fino a raggiungere lo status di cult movie e capolavoro del genere. Infondendo tutto il suo stile e mantenendosi su atmosfere ricche di suspense, egli riporta più fedelmente la paranoia e la diffidenza descritta da Campbell e con gli effetti speciali molto artigianali e all’avanguardia riprende un alieno multiforme che per forza di cose non aveva potuto essere rappresentato così da Hawks (nel 1951 più che di una “cosa” si può tranquillamente parlare di umanoide). Come la location cambia da Polo Nord a Polo Sud, così la tematica si trasforma da un’alleanza contro un nemico sconosciuto che richiama le paure della guerra fredda ad un perenne terrore verso qualunque essere vivente circondi i protagonisti, circondati dai silenziosi ghiacci dell’Antartide. Il secondo riguarda Infernal Affairs e The Departed: il secondo riprende dal primo il soggetto e lo svolgersi degli eventi, ma Scorsese e lo sceneggiatore Monahan fanno la differenza mettendo in risalto l’ambientazione americana, l’ambiguità psicologica dei personaggi e la cattiveria insita in una simile caccia che confonde preda e predatore; il risultato, oltre a essersi portato a casa cinque Oscar, rimane più memorabile perché pregno di tutto ciò che uno spettatore si attende dalla regia di Scorsese, sicuramente lontano dal melodramma dell’originale di Hong Kong. Infine, come ultimo ma non ultimo, abbiamo Terry Gilliam e il suo L’esercito delle 12 scimmie (1995), riadattamento del cortometraggio francese La jetée (1962) di Chris Marker. Quest’ultimo era strutturato come una successione di fotografie che dovessero descrivere un mondo post-apocalittico riflesso della filosofia di Sartre e del pessimismo del dopoguerra, dove la struttura, la composizione ed ogni minimo riferimento andasse a completare il messaggio concentrato in quella densa mezz’ora. Dopo decenni il produttore Robert Kosberg, fan del lavoro di Marker, ne propose un rifacimento in puro stile fantascientifico alla Universal Pictures. La major affidò alla sceneggiatura David Webb Peoples (noto ai più per il suo notevole contributo a Blade Runner) e a sua moglie Janet, mentre il produttore Charles Roven diede a Gilliam le redini in quanto lo riteneva il più adatto a raccontare di viaggi nel tempo e futuri distopici. E così fu: l’ex-Monty Python rimise in gioco il suo tipico ed eccentrico pop barocco ispirato all’Art déco, alle avanguardie novecentesche e al rétro per rendere maggiore il distacco tra la povertà del 2035 e la sobrietà del 1996 prima del contagio. In più il suo amore per il classico e la psichedelia onirica lo spinsero a inserire maggiori richiami visivi e non alle scimmie e a rendere più espliciti i riferimenti ad Hitchcock che apparivano in La jetée. In sostanza, Gilliam è più diretto di Marker, ma questo solo perché lo stile de Le 12 scimmie è più lineare e meno cerebrale del suo corrispettivo francese, figlio di un’epoca che anticipava la controcultura e prendeva spunti a piene mani da quelle riflessioni critiche dei giovani cineasti della Nouvelle Vague (amanti di Hitchcock, tra l’altro). Inoltre, se Marker punta ad un’esperienza visivo-emozionale mirata a far scaturire sensazioni esistenzialiste, Gilliam ha accettato il progetto perché toccava e ampliava quegli argomenti e dinamiche di cui era pieno Brazil: la follia, la decadenza dell’Occidente, l’autodistruzione, il conflitto tra normalità apparente e schizofrenico isolamento e la bellezza di un mondo che non c’è più. Due visioni diverse di una stessa idea, con diverse implicazioni e stimoli, ma entrambe meritevoli e degne di essere analizzate.

f) Letteratura

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Dai libri eravamo partiti e ai libri siamo ritornati. Ricapitolando ciò che abbiamo detto finora, si può dire che il cinema cerchi di “riprodurre i suoni” della musica per svilupparli in un determinato contesto, scelga le opere artistiche per tematiche o per semplice gusto estetico da riproporre, si differenzi dalla televisione principalmente per tempistiche e tipo di pubblico, manchi del rapporto diretto con l’audience rispetto al teatro e si “ricicli” riadattando contesti e personaggi ad un nuovo pubblico con una nuova sensibilità. Con la letteratura il discorso cambia nuovamente, anche se certi aspetti si ripropongono. Essa esiste da sempre, è l’arte che nasce per prima assieme alla pittura e, poco dopo, alla scultura per motivazioni legate prima di tutto alla comunicazione e poi evolute nell’estro e nell’esternazione della nostra fantasia. È quest’ultima l’elemento in cui differisce maggiormente dal mezzo cinema e il motivo principale per cui molte persone ritengono i libri superiori ai film quando in realtà basterebbe prendere atto che si tratta di due arti diverse, in cui la linea di demarcazione sta tra potere visivo dell’immagine e stimolo mentale dell’immaginazione. Bisogna togliersi dalla testa il pregiudizio comune che ad una maggiore complessità nella descrizione dei minimi dettagli o nello sviluppo dei caratteri corrisponda una più alta qualità: il fatto che il cinema sia per forza di cose costretto a condensare tutto quello che su carta occuperebbe diverse righe non è assolutamente un difetto, è semplicemente un’esigenza delle circostanze e bisogna prenderne atto; d’altro canto, come già detto quando si è parlato della televisione, un film è fruibile nell’immediato, perciò la frase “il libro è più impegnativo”, affermata solo perché il tempo per goderne o capirlo può superare le classiche due ore, diventa ancora più sciocca, specialmente quando detta su due piedi. E non si può nemmeno credere che sia così semplice veicolare un qualsiasi testo ad un’immagine. Se è vero che quest’ultima svolge la maggior parte del lavoro, bisogna tenere conto dell’immedesimazione che devono suscitare la fotografia, la gestione del sonoro e la recitazione dei dialoghi: senza un lavoro accurato su questi elementi resta la meraviglia di veder trasposto su schermo ciò che si è letto e nulla più. In sostanza la potenza espressiva di una serie di immagini il cui movimento rende “fluido” un evento differisce dalla potenza descrittiva, che può permettersi di prendersi pause e soffermarsi su particolari secondari, ma ciò non significa che un compromesso tra le due non sia possibile. In fase di sceneggiatura, invece, la difficoltà viene dall’impostazione che l’autore originale ha scelto. Non è raro che uno scrittore pensi “cinematograficamente”, ovvero tenti di riproporre nelle frasi dei virtuali movimenti di macchina o delle caratteristiche tipiche del linguaggio filmico a cui egli ha pensato mentre visualizzava la scena nella sua mente. Sarà dunque lo sceneggiatore, in quei casi, a decidere se mettersi completamente al servizio del soggetto originale oppure inventare e innovare passaggi e azioni. Nessuno sembra farci caso, ma questa fase di scrittura è fondamentale: non si tratta solo di inserire le battute in un copione, andare di fantasia dove è possibile e basta, tutt’altro. Uno script ha il compito ben preciso di snellire i passaggi descrittivi (che verranno veicolati a specifiche immagini e inquadrature nella sceneggiatura), dilatare i tempi di narrazione adattandoli al mezzo e fornire una versione adeguata della storia, dei personaggi, delle atmosfere e degli ambienti a seconda del contesto che si vuole creare, della versione o rilettura che il regista vuole offrire e dell’eventuale messaggio che si vuole trasmettere. La sintesi costringe a scegliere su cosa soffermarsi e cosa tralasciare, a sottolineare cosa ha più colpito nella fase di trasposizione e cosa invece è apparso come una caratteristica minore nell’insieme e ciò spesso non è andato a genio ai lettori, i quali avrebbe voluto vedere altro oppure tutto quanto avevano letto. Ed è naturale che qualcuno possa rimanere scontento, tuttavia, oltre al fatto che un film debba essere godibile per tutti e non soltanto per una determinata categoria di spettatori, a taluni bisognerebbe ricordare l’ennesima ovvietà e regola aurea di chi lavora nel campo: non tutto ciò che funziona su carta (non solo fumetti) può funzionare con la stessa efficacia su schermo. Prendiamo ad esempio Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne e Gita al faro di Virginia Woolf: nel primo caso abbiamo una biografia immaginaria che si fa beffe del romanzo inglese e delle sue forme giocando anche sulla grafica e persino sugli spazi tra le righe; nel secondo il tempo scorre ora normalmente, ora lentamente per inquadrare ogni singolo pensiero della protagonista e poi di colpo accelera di dieci anni per arrivare al finale, regalando sensazioni diverse ogni volta in brani che presentano la coscienza come un riverbero di onde delicate. In breve, nel primo contano molto la forma e l’aspetto fisico del libro, nel secondo le parole e la musicalità della frase dettano la psicologia dei personaggi e l’atmosfera di vago e di malinconia presente in tutte le sezioni, per cui come sarebbe possibile riproporre su schermo simili caratteristiche? Lo stesso discorso vale per il linguaggio e gli aspetti di opere poco recenti: il purismo per certi aspetti è accettabile, ma il pubblico è vario e non si può puntare i piedi per mantenere integra ogni unità fino a rendere il risultato indigesto o incomprensibile. Si prendano La passione di Cristo di Mel Gibson e Pinocchio di Roberto Benigni: se in un caso si può discutere sulle critiche alla pronuncia del latino dato che il lungometraggio mantiene le lingue parlate all’epoca e i versi scelti dalla Bibbia, nell’altro non c’è dubbio che l’eccessiva fedeltà all’italiano arcaico di Collodi cozzi con le poche variazioni introdotte o renda inutilmente “scolastica” la pellicola. Infine, va assolutamente ricordato che nessuno potrà fisicamente leggere ogni singolo romanzo o racconto da cui è tratto un film o vedere tutte le trasposizioni realizzate dalla nascita del cinema fino ad oggi, quindi dei confronti andrebbero sostenuti con cognizione di causa, liberi da pregiudizi e senza eccessiva pignoleria. Un adattamento del vostro libro preferito non deve essere per forza di cose un’operazione commerciale e malvagia, anzi, spesso le trasposizioni hanno aiutato degli scrittori a farsi conoscere. Se così non fosse Stephen King avrebbe lo stesso seguito e successo di pubblico? E chi al di fuori del mondo letterario si sarebbe ricordato di Philip K. Dick se l’anno della sua morte non fosse venuto in soccorso Blade Runner? Ogni arte vive di regole estetiche proprie ed è impensabile imporle sulle altre, motivo per cui godiamo dei capolavori per quello che sono e per quello che ci regalano senza creare scontri privi di costrutto e carichi di astio. A meno che non siano basate su determinati criteri o le scelte adottate rovinino davvero un lavoro già bello di suo, ma su questo torneremo nella terza ed ultima sezione di questo articolo, quella sulla fedeltà.

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