La volontà di potenza dell’Occidente

Vi è una volontà che costituisce il tratto senza il quale la filosofia occidentale non sarebbe potuta sorgere e consolidarsi così come effettivamente è sorta e si è consolidata: la volontà di potenza. Tale tratto è la pretesa egemone, e ampiamente prevalente nell’arco che si estende da Platone a Hegel, da Marx a Severino, di ridurre l’intero dell’esperire all’ “atto di pensare” e quindi di intendere l’identità di essere e pensare originariamente, posta da Parmenide, come identità tra l’intero dell’esperienza e l’intelligibile.

Da Platone in avanti infatti, ciò che solo può rendere intelligibile l’esperienza, è quel sapere che sa l’esperire come “concetto”, come “idea”, come “essenza”, potendo significare l'”essere-in-sé” di ogni esperienza, essendo quella forma di sapere che è in grado di sollevare l’esperienza al concetto ultra-sensibile.

Sì che, correlativamente a questa egemonia della strategia platonica di istituire una scienza fondata sul sapere dell’idea (ovvero dell’esser-sé dell’essenza che non è altro da sé), il concetto ultra-sensibile riduce tutto ciò che è inintelligibile, ovvero non riducibile al concetto, come insignificante e in tal modo nullifica inevitabilmente tutto ciò che non è esperito in modo intelligibile (essendo esperito in quanto altro dall’atto di pensare), intendendolo astrattamente come non-pensare e quindi facendolo identicamente essere come non-essere.

Proprio in ciò si cela la volontà di far essere nulla ciò che nulla non è e non può essere: mera volontà di potenza dell’atto di pensare che riduce a pura accidentalità ed insignificanza ogni esperire che è “altro” dall’atto di pensare.

Ma per comprendere quanto sto dicendo, questo “altro” dall’atto di pensare non è da intendersi nel senso dell'”eteron” platonico, perché altrimenti saremmo daccapo ricondotti alla mera astrazione che pretenderebbe di ridurre questo “altro” ad una mera differenza pensata come opposizione di positivo e negativo che fa per ciò stesso del “negativo” un altro positivo riducendo l’ontologia all’eterontologia: il che è inevitabile, sinché si pensa come originario il piano della significazione, in cui soltanto l’intelligibile è (il non intelligibile,essendo pensato come nulla, poiché l’altro dall’atto di pensare viene erroneamente inteso come mera astrazione dell’intelletto, appunto come “nulla”).

Se infatti l’essere è identicamente pensato come il significare (sì che l’atto del pensare è sempre atto di significare in quanto esso è atto dell’intelligĕre reso possibile anzitutto dalla significazione che infatti rende intelligibile ciò che senza essere significabile non potrebbe essere inteso in alcun modo) allora «l’essere altro» a cui si pensa quando ci si riferisce a “l’altro dall’atto di pensare”, viene necessariamente inteso come un positivo significare originariamente determinato come tale, laddove questo essere determinato di ogni significato non è affatto originario, ma è piuttosto un risultato dell’inter-retro-agire infinito (che non è riducibile ad alcun atto di pensare), sì che l’altro è da intendersi autenticamente nel senso di ciò che non è intelligibile, nemmeno nella forma della negazione pensata nel senso dell’eteron, che fa essere astrattamente il “negato” come un determinato, secondo il principio “omnis negatio est determinatio”.

Tale opposizione di positivo e negativo invece va pensata come ciò che essa è autenticamente, ossia come la condizione necessaria ad ogni forma di significazione che, per poter significare, deve distinguere i significati del positivo e del negativo come dei “diversi”, rendendoli al contempo identici quanto alla loro “forma essenziale” ossia quanto al loro concetto ultra-sensibile, sì che pensare come originaria questa figura dell’identità-differenza che tuttavia, per i motivi che ho indicato non può essere originaria, è la fede su cui si fonda la filosofia occidentale (almeno nel suo alveo ampiamente prevalente).

 

nietzschegun
Friedrich Nietzsche (1844-1900)

 

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