Dall’Idea del Theatro al Tempio della pittura

Dall’opera dell’Eccellentissimo M Giulio Camillo Delminio (1480-1544) attinsero veramente moltißimi, soprattutto all’epoca sua. Fra questi, Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592), allievo di Gaudenzio Ferrari, e autore del Trattato dell’arte della pittura, scoltura et architettura (1584) e della sua compendiosa Idea del Tempio della pittura (1590), dati alle stampe in quel di Milano.

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Nella sua Stanza della memoria, la prof.ssa Lina Bolzoni ha sottolineato la centralità della mnemotecnica come strumento di conoscenza universale all’interno dell’artificioso contesto cinquecentesco.

Il Theatro di Giulio Camillo stando alle fonti avrebbe dovuto essere realmente costruito, in legno, seguendo il celebre e antico modello di riferimento classico: Vitruvio.

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Un luogo eutopico, all’interno del quale, lungo sette ripiani creati su sette ampie gradinate, un archivio contenente tutto il sapere degli Antichi, e quindi tutto lo scibile umano recuperato col Rinascimento, supportato così da un sistema di associazioni mnemotecniche per immagini.

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I sette pianeti canonici della Tradizione astrologica (☾ Luna, ☿ Mercurio,  Marte, ♃ Giove, ☉Sole, ♄ Saturno, Venere) governavano il complesso dei saperi ivi memorizzati.

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Il suo scritto venne pubblicato postumo a Venezia nel 1550, lo stesso anno della prima edizione delle Vite vasariane, la torrentiniana data alle stampe a Firenze.

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Anche il Tempio di Lomazzo si presentava come un edificio, allegorico, nel quale s’insisteva sul concetto di “bello ideale” inteso in senso neoplatonico come immagine d’origine divina che è nella mente dell’artista.

La struttura del Tempio è a pianta centrale e di ascendenza bramantesca, con sette colonne a sostegno di una cupola raccordata loro da sette pennacchi e illuminate dall’alto.

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L’emblematico numero sette e la complessa struttura immaginaria articolavano l’architettura secondo un modulo che seguiva una ben precisa logica: sette colonne erano i sette pittori canonici detti anche “Governatori” dell’arte.

Ciascun artista era messo in relazione ad un pianeta e ad una delle “parti dell’arte” che gli corrispondeva: proportione, moto, forma, lume, compositione, prospettiva, colore.

I Governatori costituivano una rosa di modelli artistici molto differenziati fra di loro ma tutti capaci di interpretare un canone.

I Loro nomi:

♄ Michelangelo con Saturno e la Proportione.

♃ Gaudenzio Ferrari con Giove e il Moto.

 Polidoro da Caravaggio con Marte e la Forma.

☉ Leonardo con il Sole e il Lume

 Raffaello con Venere e la Compositione.

☿ Mantegna con Mercurio e la Prospettiva.

☾ Tiziano con la Luna e il Colore.

Caratteri differenziati ma incardinati in un campo di forze unitario identificato con la Penisola italica.

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Anche Lomazzo, come già Vasari, attingendo al Brutus di Cicerone, poneva l’accento sulla relativizzazione del giudizio di valore.

Maniere differenti e tante diverse perfezioni: in una stessa arte si vedono uomini eccellentissimi tutti, ma fra sé dissomiglianti. Il massimo livello di perfezione umanamente raggiungibile consisteva nell’eccedere in una delle sette “parti dell’arte”, quella cioè che più corrispondeva alla propria inclinazione naturale. Diventare “grandi” era l’obbiettivo finale di ogni artista ambizioso, il quale riconoscendo la propria vocazione avrebbe potuto imitare la materia dei maestri più affini. In base al proprio temperamento, ciascuno avrebbe dovuto saper provare emozioni per suscitare un’analoga commozione nell’osservatore, così come l’oratore doveva commuoversi per poter suscitare i moti dell’animo altrui.

Mettendo a confronto uno stesso soggetto, per esempio un Adamo ed Eva, eseguito sia da Michelangelo che da Tiziano, da Raffaello e Correggio (collocato nel Tempio della pittura nella discendenza da Tiziano). Ognuno di loro avrebbe certamente realizzato un’opera eccellente, anche facendo ricorso alle proprie personali qualità.

La diversità dunque assurgeva a valore altamente positivo, in parallelo a quanto andavano andavano praticando le scienze della medicina morale e dell’astrologia.

I sette Governatori costituivano quindi dei modelli ideali e rivelavano le radici delle maniere generate dalle loro concretissime opere. Maniere elencate nelle tavole del Trattato come diramazioni di un albero genealogico che giungeva fino all’epoca contemporanea: un embrionale storiografia finalizzata.

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Dedico questo mio articolo a mia zia Orietta che legge sempre con passione quelli de l’Artificiosa Rota, e ringrazio anche la prof.ssa Orietta Rossi Pinelli che con il suo bel libro La storia delle storie dell’arte ha rinnovato in me la passione per la letteratura artistica, il cui germe meraviglioso è in me fiorito in seguito anche ai corsi del prof. Giuseppe Barbieri a Ca’ Foscari, quando ancora al mio primo anno di università scoprivo l’opera di Giulio Camillo e ne rimanevo folgorato. In fine, un cordiale saluto con tanta ammirazione va alla prof.ssa Lina Bolzoni, che seguo ormai da qualche anno per le sue interessantissime pubblicazioni, fra le quali le molte sulla mnemotecnica e soprattutto l’opera di Delminio.

 

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