In memoria di Michael Ballhaus

Pochi tra i circa duecento film con protagonista Gesù hanno saputo trattarne la vita e gli insegnamenti con originalità senza temere ripercussioni o censure e tra questi rientra il coraggioso L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, tratto dal romanzo L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis e sfortunatamente uscito nel 1988. Sfortunatamente perché il progetto ebbe inizio nel 1983 sotto la Paramount per poi essere cancellato, in seguito a numerose lettere di protesta, a quattro giorni dall’inizio delle riprese e ripartì grazie alla Universal dopo cinque lunghi anni, con conseguente re-casting, cambio di location da Israele al Marocco e revisione, ad opera di Jay Cocks e dello stesso Scorsese, della sceneggiatura già pronta e scritta da Paul Schrader. Ciononostante nacquero ugualmente accese polemiche, dalla condanna della Chiesa cattolica prima dell’uscita nelle sale al banno tuttora permanente a Singapore e nelle Filippine, dalla reazione indignata di Zeffirelli al festival di Venezia al fuoco appiccato in un cinema parigino da alcuni integristi. In verità, nella sua eterodossia, la pellicola è pienamente rispettosa e priva di qualsiasi accenno blasfemo, risultando piuttosto un interrogativo scomodo per chi si rifugia nella piattezza del credo e ritiene di poter seppellire per sempre i propri dubbi. L’incontro tra lo scrittore greco, comunista agnostico da sempre perseguitato dalla Chiesa ortodossa, e il regista italoamericano, cresciuto in un ambiente fortemente cattolico, crea un’indagine nuova, per nulla dogmatica, che grazie al fatto di non basarsi sui Vangeli può permettersi qualsiasi scelta eppure resta sempre dentro il confine della provocazione intellettualmente stimolante e non scade mai nella sfida all’autorità o nella bestemmia. E se il soggetto cartaceo si allontana dalle Sacre Scritture, Scorsese si adegua e rinuncia alla canonica magnificenza dei kolossal biblici in favore di un’estetica minimalista maggiormente in sintonia con il luogo e il contesto mostrati, sulla scia de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; un’estetica che regge alla perfezione e lascia spazio a sequenze tipicamente scorsesiane negli ultimi trenta minuti grazie anche allo slancio creativo fornito dalla fotografia satura di cromatismi di Michael Ballhaus e dal montaggio perfettamente in crescendo di Thelma Schoonmaker. Tornando al contenuto, la principale tesi esposta nel romanzo è che il Cristo fosse sì privo di peccato, ma non immune alla tentazione: il last nel titolo equivale ad un until the end, poiché esprime lo sforzo disumano che egli ha compiuto nel prevalere su di essa persino nel momento della morte, mentre veniva torturato e deriso; se non l’avesse fatto la parola dei profeti non si sarebbe compiuta, non ci sarebbe stata alcuna espiazione dei peccati del mondo e la missione in veste di martire predicatore sarebbe fallita. In breve, la disposizione al sacrificio e alla rinuncia da parte di chi proclamava a gran voce il comandamento dell’amore rende servì a conferire maggiore autorità al comandamento stesso, necessario per i bisognosi e, di conseguenza, per la fondazione della comunità ecclesiastica. Ma questo messaggio strettamente religioso è subordinato ad un tema soltanto ascetico e cioè la battaglia tra la carne e lo spirito. Emblema di tale conflitto è l’Incarnazione, ovvero come potesse il Redentore essere simultaneamente “vero Dio e vero uomo“, mistero rivisitato da Kazantzakis in un’ottica più “realistica”. Gesù è semplicemente un essere umano che funge da tramite e soffre perché non capisce cosa gli stia succedendo, cerca dei segni da parte dell’Onnipotente e in tutta risposta ottiene manifestazioni del demonio, vorrebbe rimanere un comune mortale mentre il suo cammino gli impone di rinunciare a tutto ciò che ha di più caro per annunciare la buona novella. Nella rappresentazione del personaggio, oltre alla superba interpretazione di Willem Dafoe, gioca sicuramente un ruolo importante il tocco di Schrader, il quale delinea un protagonista soffocato dai tormenti e dalla solitudine come lo era Travis Bickle in Taxi Driver, con l’ulteriore pena di essere schiacciato da forze esterne e oscure la cui manifestazione pare una crisi schizofrenica. Pare quindi che si narri di un Gesù privo di una propria personalità e incapace di scegliere per se stesso (il che può naturalmente lasciare perplessi, dato che il film si mantiene apposta sul vago in varie occasioni) quando in realtà la paura e l’insicurezza fanno parte, assieme alla lussuria e al potere, delle principali tentazioni dell’uomo e la vittoria su di esse dopo un allucinante viaggio in una vita alternativa serve da monito esemplare per le generazioni future. Questo Gesù disegnato da Scorsese fu per gli spettatori degli anni Ottanta, materialisti in un mondo in preda al capitalismo sfrenato promotore di egoismo e allontanamento dalla spiritualità, un affronto, oggi invece è diventato una vittima con cui immedesimarsi, una risposta alle crisi esistenziali e al desiderio di tornare a credere in qualcosa per espiare il fardello della colpa;  il suo continuo interrogarsi se sia un pazzo in preda ad allucinazioni uditive o un vero promotore di salvezza per i fragili peccatori non merita certo “il silenzio che si deve alla mediocrità” ordinato dalla Conferenza Episcopale Italiana, anzi, svela altre tematiche e nuovi punti su cui discutere per mettere alla prova la nostra fede. Altri punti di forza di questo semi-capolavoro sono gli attori secondari, bravi quanto Dafoe, e la colonna sonora di Peter Gabriel, un potente concentrato di rock, new-age e world music pubblicato l’anno successivo nell’album Passion. Il doppiaggio non riproduce la contrapposizione l’accento newyorkese degli ebrei e quello british dei romani, ma per adattamento e scelta delle voci è comunque di grande valore. Nell’anno di uscita Scorsese iniziò a leggere Silence, nella cui trasposizione avrebbe approfondito il tema della manifestazione tangibile del divino e della preghiera.

Voto: 8/10

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Un pensiero su “L’ultima tentazione di Cristo, USA, 1988, di Martin Scorsese

  1. Questo fil lo vidi molti anni fa e lessi anche il libro. Nessuno lo conosce. Citano tutti “the Passion” ma questo è molto più significativo e anche alternativo.

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