A Palazzo Te di Mantova sono in mostra circa centocinquanta fotografie dai negativi originali degli anni Venti e Trenta di Alexander Rodchenko, importante esponente dell’avanguardia sovietica del XX secolo.

Alexander Rodchenko. Revolution in photography è il titolo della mostra che è presente nelle Fruttiere della grande villa realizzata da Giulio Romano. Costituita da un corpus di fotografie provenienti dalla collezione del Multimedia Art Museum Moscow e selezionate dalla curatrice Olga Sviblova, essa documenta il ruolo rivoluzionario di Rodchenko nella fotografia.

L’allestimento della mostra è essenziale e allo stesso tempo forte e d’impatto visivo, costituito da tre colori dominanti: il rosso, il bianco e il nero, che bene rimandano l’idea del mondo sovietico.

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Si viene accolti da due pannelli rossi: in uno la biografia del fotografo, nato nel 1891 a San Pietroburgo, poi trasferitosi a Mosca fino alla morte nel 1956, e nell’altro un testo della curatrice della mostra, che racconta il potere innovativo dell’opera di Rodchenko in molti ambiti, non solo quello fotografico.

Dice infatti Olga Sviblova: “Rodchenko è stato incontestabilmente uno dei principali generatori di idee creative. Tutti i campi artistici raggiunti dal talento poderoso di questo uomo – la pittura, il design, il teatro, il cinema, la tipografia e la fotografia – ne sono stati trasformati, aprendo vie di cambiamento fortemente innovative.”

Il primo nucleo di fotografie è costituito da ritratti, come quello della Madre (1924) o di Lilia Brik. Ritratto per il poster Knigi (1924), e si prosegue con icone come La scalinata (1930) e Ragazza con la leica (1934).

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Fu il 1924 anno importante per Rodchenko che, artista già famoso, “irruppe nella fotografia con lo slogan “Il nostro dovere è sperimentare”. Il risultato fu un mutamento radicale del modo di concepire la natura della fotografia e il ruolo del fotografo” spiega la Sviblova. Da questo momento la fotografia non è più solo riflesso della realtà, ma strumento per la rappresentazione visiva di “costruzioni intellettuali dinamiche“, tramite il pensiero concettuale.

Nasce il cosiddetto “Metodo Rodchenko”, che consiste nella composizione diagonale, nella prospettiva con scorci, nella ripresa dal basso verso l’alto o viceversa, come si vede bene nelle immagini di seguito.

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Questi espedienti formali non vennero compresi negli anni ’20, e Rodchenko venne quindi spesso criticato, ma egli aveva un animo romantico fin dalla giovinezza,  testimoniato da varie lettere immaginarie scritte a Varvara Stepanova durante la loro relazione; questo si trasformò nel pensiero utopico del Rodchenko costruttivista della maturità, con la sua convinzione in una possibile trasfigurazione positiva del mondo e dell’umanità.

Proseguendo nella mostra, si arriva al nucleo delle fotografie legate al mondo industriale, del lavoro manuale degli operai nelle fabbriche e non solo, alla costruzione di automobili e di ingranaggi, per proseguire con le spettacolari parate di ginnasti e atleti.

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Lavoro industriale e non quindi, e lavoro tipografico: la fotografia di stampo giornalistico è testimoniata dagli scatti dei fotoreportage all’interno dell’ufficio editoriale e dell’archivio del giornale “Gudok” (1928) e quello sui lavori di costruzione di grandi imprese ingegneristiche, in particolare la costruzione del canale che collega il Mar Bianco con il Mar Baltico.

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La nuova Mosca è documentata con le fotografie della costruzione del Parco della Cultura e della asfaltatura delle strade di Leningrado, e con le immagini di edifici simbolo, quali quello progettato da Ginzburg sul viale Novinski e quello del Mosselprom.

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La mostra si conclude con le acrobazie degli artisti del circo, colti nei loro volteggi. L’esposizione è un’occasione per immergersi nella poetica di questo grande fotografo rivoluzionario, perché riesce a trasmettere la sua utopica visione: trasformare il presente in nome del futuro. 

Scrive Rodchenko in un diario, il 12 febbraio 1943: “L’arte è al servizio della gente, ma la gente viene portata chissà dove. Voglio portare la gente all’arte, non usare l’arte per portarla in qualche luogo. Sono nato troppo presto o troppo tardi?”

È quello che ci chiediamo anche noi.

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